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Vittorio Mangano (18 agosto 1940 - 23 luglio 2000) è stato un personaggio legato a Cosa Nostra, conosciuto - attraverso le cronache che hanno seguito gli iter processuali che lo hanno visto coinvolto - come lo stalliere di Arcore.
Fu indicato al maxi-processo di Palermo (sia da Buscetta che da Contorno) come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di Pippo Calò, il capo della famiglia di Porta Nuova (della quale aveva fatto parte lo stesso Buscetta).
Fu stalliere (con funzioni di amministratore) nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi, nella quale visse durante gli anni 1970.
Il nome di Mangano viene citato dal Procuratore della Repubblica Paolo Borsellino nella sua ultima intervista, rilasciata il 19 maggio 1992 (ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi), riguardante i rapporti tra mafia, affari e politica, due mesi prima di venire ucciso nell'agguato di Via d'Amelio.
Borsellino affermava nell'intervista che Mangano era "uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia".
Il 19 luglio 2000 Mangano fu condannato all'ergastolo per duplice omicidio per gli omicidi di Giuseppe Pecoraro e di Giovambattista Romano, vittima della "lupara bianca" nel gennaio del 1995. Di quest'ultimo omicidio Mangano sarebbe stato l'esecutore materiale.
Mangano morì pochi giorni dopo la sentenza, il 23 luglio 2000, in carcere, dov'era già da cinque anni per reati precedentemente contestati (traffico di stupefacenti, estorsione).