dezerto zeitgeist
mercoledì 8 agosto 2007
  La verità
"Fumi troppo e bevi troppo caffè, vedi cosa fanno gli Alleati"? Nella piccola, squallida cameretta dove è stato portato dopo la sentenza, Koch apostrofa con tali parole un compagno d'arme che gli accende la sigaretta. Dopo altre brevi parole si volta, si siede vicino all'avvocato difensore che sta stilando la domanda di grazia. "È una cosa inutile, ma l'avvocato ci tiene" dichiara volgendosi verso i giornalisti, quasi a scusarsi di quell'atto. Quindi dichiarava di essersi confessato e di aver chiesto perdano o Dio, si preoccupava del suo degno amico Trinca; dichiarava di avere un morale altissimo. E infatti era forse fra tutti quanti erano lì presenti il più calmo. La sentenza, evidentemente, non l'aveva trovato impreparato. Il processo aveva avuto l'austerità, la misura e lo svolgimento di un dibattito da corte marziale. Trasportato alle 5, sotto una scorta imponente, da Regina Coeli alla Sapienza, Pietro Koch aveva trascorso quattro ore nella solita stanzetta d'aspetto, fumando ininterrottamente. Per entrare nell'aula la cosa non fu certo facile. Sbarramenti di metropolitani a cavallo, carri armati, centinaia di agenti di P.S. e di CC. RR., tutto il reparto "Celere" di P.S. proteggevano, per qualunque evenienza, il palazzo della Sapienza. Nell'aula, una folla più numerosa del solito ma esemplarmente corretta nei suoi atteggiamenti; moltissimi giornalisti; molti parenti in gramaglie delle vittime di Pietro Koch.

L'interrogatorio

Alle 9 precise Pietro Koch, il terrore di Roma, duro come la pietra, impettito, altero e sprezzante come ogni tedesco che si rispetti, entrava nell'aula circondato e protetto da un nugolo di carabinieri. Alto, accuratamente rasato e pettinato, elegante, lanciava un'occhiata al pubblico, poi si sedeva, rigido, con le braccia incrociate, guardando fisso, innanzi a sè. Dopo pochi minuti entrava la Corte. Rapido e conciso, il dibattito si iniziava. Pietro Koch veniva chiamato ai pretori per l'interrogatorio.

"Mi rimetto al mio interrogatorio scritto" dichiarava brevemente, rispondendo poi con cenni del capo e inchinandosi lievemente, quasi facesse fatica a parlare. "Mi risponda con la voce" esclamava S.E. Maroni. Con risposte secche e concise, Koch dichiara di essere stato sorpreso a Livorno dall'armistizio. "Mio Padre era tedesco" dice e poiché il presidente gli ricorda che in fondo lui è italiano, dichiara, dopo breve esitazione e con voce sommessa: "Per un po' di tempo ci sono state due Italie. Io ho seguito quella che era con i tedeschi". Organizzata, su ordine dei capo della polizia, una banda speciale, che secondo lui funzionava come un commissariato, si dette anima e corpo alla lotta contro i partigiani.

Quando gli vengono contestate sia la sua collaborazione con le SS che le sue atrocità, Koch nega recisamente, chiede anzi un confronto con le vittime. "Vi renderete conto che il confronto è impossibile in molti casi" risponde il presidente aggiungendo poi più piano "Almeno per ora".

Koch parla poi delle operazioni eseguite al collegio Russicum e alla Basilica di S. Paolo, operazione questa iniziata per ricupera del materiale bellico ivi nascosto, condotta da alcun "brutti ceffi di fascisti". "Se erano brutti ceffi per Voi c'è da immaginarsi che anima di manigoldi fossero" postilla caustico S. E. Maroni.

Quanto alle operazioni contro lo sciopero del 3 maggio, l'imputato sostiene di aver agito per il bene della cittadinanza, evitando in tal modo lutti e distruzioni. Giunto a Milano dopo il 4 giugno, è incaricato di eseguire inchieste su Borsani, Farinacci e Pettinato, fu rinchiuso in carcere "per aver detto la verità", di dove uscì solo il 24 aprile di quest'anno.

Esaurito così l'interrogatorio, e respinta una richiesta della difesa che tendeva a mettere a confronto Koch con le sue vittime ancora in vita, venivano sentiti i due testi a carico, il questore Morazzini e il commissario Marottoli, che confermavano in pieno i loro rapporti, e il primo teste a difesa, Luchino Visconti. Ma questi finisce col deporre a carico di Koch, illustrandone sevizie e metodi di tortura, tanto che l'imputato rinuncia agli altri testi a difesa.

La requisitoria

Prendeva perciò la parola il P.M. comm. Granata, che in una breve e serrata requisitoria durata neanche 20 minuti messi in luce atteggiamenti e colpe di Koch, che è pienamente confesso, chiedeva la pena di morte affinché fosse ristabilita la giustizia, e affinché la sentenza rappresenti un esempio e un monito solenne.

L'avv. Comandini che inizia a parlare alle ore 11,30 precise, esordisce chiarendo di non essere "il difensore" ma "la difesa" di Pietro Koch. Dopo aver inquadrato, con pochi tratti, la figuro del suo difeso nell'eccezionale periodo di turbamento del Paese, l'avv. Comandini dichiara che esiste un mito Koch e una realtà Koch. "Solo la realtà Koch -egli afferma- deve pesare sul piatto della vostra bilancia".

Dopo aver precisato che il suo difeso non ha riconosciuto di avere torturato alcun patriota nè di avere partecipato a razzie di giovani per il servizio del lavoro, il difensore prospetta alla Corte se, essendo il territorio nazionale occupato dal nemico, non sia necessario applicare invece dell'art. 51 dei C.P.M.G. che prevede la pena di morte, l'art. 58 (aiuto al nemica nei suoi disegni Politici). Sono le 11,55 quando la Corte si ritira per deliberare.

Disinvolto, indifferente e sprezzante. Koch viene di nuovo introdotto nell'aula, da dove era stato allontanato alle 11,15. La Corte rientra e S. E. Maroni copertosi col tocco, legge la sentenza che lo condanno a morte. Koch, impassibile, ascolta impettito e dritto le parole di S. E. Maroni. Non batte ciglio, non un muscolo si contrae, sembra veramente di pietra. Dopo un minuto, ride e scherza con i giornalisti e il pubblico che si accavallano, montando su sedie e panche, alla rinfusa, pur di parlargli per curiosità. Koch riconosce due o tre conoscenti, li invita ad andarlo a trovare: "Parleremo dei tempi trascorsi, di quando ero un buon ragazzo. Ora, a quanto dicono, non io sono più. Ma in ogni caso il fondo è rimasto quello".

"Vi dirò la verità"

Dopo molto tempo, il condannato è condotto via. Fuori, sotto il limpido cielo, la folla si accalca, fischia e rumoreggia dietro i cordoni.

Koch dà uno sguardo rapido e breve al cielo, poi china la testa per entrare nel cellulare.

Sono le 21 passate quando, finalmente dopo quattro ore e più di attesa e di inutili corse da un capo all'altro della città, riusciamo a vedere Koch. Per essere precisi, tutto quello che scorgiamo di Koch, attraverso la duplice grata, è la sua eterna sigaretta accesa, l'unico segno dell'emozione interna che senza dubbio l'attanaglia. Deve essere tremendo attendere lentamente la morte, contare le ore, i minuti, i secondi che stillano lenti e monotoni, ma pur sempre troppo veloci per lui.

Ricordiamo di averlo visto una volta, nel lontano 1942, quando il bel Pietro, allora ufficiale addetto al S.I.M., almeno secondo quanto egli raccontò una sera che era ubriaco fradicio, sorvegliava gli internati politici che risiedevano all'albergo "Brufani" di Perugia, e sorvegliava del pari altri campi di concentramento. Già da allora egli dimostrava una tendenza e una predilezione speciale per tutto quanto si riferiva ai metodi di polizia.

Grossi volumi di polizia scientifica erano il suo passatempo preferito, in uno con gli estenuanti e lunghi interrogatori che duravano tutta la notte ed erano condotti con non comune abilità. Pietro Koch giocava, beveva e studiava la psicologia del delinquente.

Malgrado la stanchezza la sua voce è tuttora sonora e sicura, ma quando ricusa di vedere delle persone che pure stamane aveva invitato, comprendiamo che non ne può più. Ha trascorso tutto il pomeriggio con il cappellano; ha mangiato e fumato come il solito. "Scriverò tutta la notte" esclama. "Tornate domani con molta carta che vi dirò la verità su tutto!".

"Dove era quando uccisero Mussolini?".

"A Como. Di lì andai a Sondrio, poi vagai di città in città fino a Firenze".

Il colloquio procede a scatti. La penombra si allontana, le guardie passeggiano monotonamente, avanti e indietro.

"A Firenze seppi che mia madre era stata arrestata a Como, e mia zia a Milano. Inoltre, arrestarono un'altra persona che mi sta a cuore, e mi costituii".

Koch è stanco, l'ora è tarda. Lo lasciamo con la promessa di tornare per sentire "la verità".

Sarà possibile?

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