dezerto zeitgeist
martedì 31 gennaio 2006
  Intervista a DO NOT
15

stasera
sono sceso all’inferno.

andata e ritorno.

m’ha venduto il biglietto
il desiderio di sempre.

cristal & condom.

giulia
studentessa modello
sul terrazzo in via monti
le chiama puttane.

ma scopa come loro.

sui divani del william’s
lacrime e lingue
bagnano come
all’uscita del san carlo.



16

diciott’anni a novembre.

due cognomi ingombranti
una retta alle suore
la pillola il cuba.

sulla porta
occhi bassi
temo ogni volta
non vogliano entrare.

ma a letto i tuoi sguardi
consapevoli pieni
crudamente immorali
ingoiano ansie
pudore
divieti
ridono dei padri
delle leggi
e di dio.

innocente e perversa
le regole cambiano
quando apri le gambe



Come diceva Rossana Campo, la maggior parte della gente quando si mette a scrivere sta in posa.
E poi ci sono i poeti, quelli veri, che quando scrivono descrivono la realtà, rendendola semplice ai nostri occhi come solo è la verità una volta che è disvelata; ecco, questo pensavo e penso quando leggo il blog di DO NOT.

E-BLOG: Nelle tue poesie, con pochi versi sai tratteggiare la realtà milanese meglio di chi Milano la vive da sempre. Il dono di questo sguardo sembrerebbe derivare dal non essere nato e cresciuto a Milano. Raccontaci di te.
DO NOT: gotcha. vivo a milano da una decina d’anni, quando son venuto a studiare qui. guardare un posto con gli occhi di chi ne ha già vissuti anche altri aiuta senz’altro a vederlo in modo più chiaro, mi fido poco dell’opinione che non venga dal confronto. ma non credo sia questo il punto. un ritratto lucido di questa città può farlo qualsiasi milanese che abbia viaggiato un po’, non è indispensabile esserci arrivati a diciott’anni. no, la differenza credo stia soprattutto nel fatto che io milano me la son scelta, al contrario di tanti che qualcun altro ha deciso di partorire qui. e per scegliere devi prima valutare, analizzare. quindi conoscere. e magari innamorarti un po’. è più facile fare il ritratto ad una che ti piace.
che faccio nella vita. mi verrebbe da dirti che cerco di far tutto quello che mi fa star bene, provando finchè è possibile a non far star male gli altri. ma non credo la domanda alludesse alla mia etica.
né credo tu voglia un autoritratto, dipingere allo specchio mi viene male. finirei per far finta di dirti chi sono, raccontandoti come mi sembro e cosa voglio essere. facciamo che resto sui dati da cv. asciutti, poco imbarazzanti e facili sia da scrivere che da leggere. se non contano niente lo decideremo dopo.
bene, ora è più chiaro.
oggi sono prof a contratto in un ateneo milanese.
credo la mia età sia intuibile da quanto ho già detto prima, ma a scanso di equivoci non ho ancora trent’anni. ok, ci manca poco. ma non ce li ho ancora.
mi occupo principalmente di finanza. oltre all’attività di ricerca e didattica in università e master, più tipica della carriera accademica, faccio molta consulenza.
lo so, non c’entra nulla con quello che scrivo. almeno a prima vista. ma se uno ci pensa un po’, arte e finanza non sono poi così lontane. c’è una gran poesia nei soldi.
una quindicina di anni fa non avrei mai previsto di ritrovarmi dove sono adesso. ho una maturità classica e da sempre la cosa che mi è riuscita meglio, a parte mettere nei casini me e chi mi gira intorno, è stata scrivere.
ma se a vent’anni ti piacciono le cose facili c’è qualcosa che non va. e così l’ultimo giorno utile per l’iscrizione all’uni scelsi ingegneria. gestionale,per l’esattezza.
contrariamente a quello che pensa di solito chi mi ha conosciuto da cinque minuti, ho alle spalle una carriera scolastica da primo della classe. pagella d’oro al liceo, laurea e dottorato col massimo dei voti. il tutto nei tempi minimi.
è vero, non doveva essere un’autocelebrazione. ma è solo per dire che uno che si diverte a scrivere non sempre deve vivere fuori dal mondo. e poi è un cv, no?
a questo punto dovrei dirti che tutto quello che so però non me l’hanno insegnato a scuola, che le cose che contano si imparano fuori, e che in quello che scrivo il mio percorso di studi non c’entra nulla.
che in qualche modo è vero. ma non del tutto.
aver convissuto cinque anni con lirici greci e antologie del neorealismo italiano, per poi farne altri cinque con i matroidi n-dimensionali e la teoria di modigliani-miller credo non sia stato inutile.
alla fine parlano tutti delle stesse cose, guardandole da punti di vista magari distanti e provando a raccontarle in lingue un po’ diverse.
e come già sai, mi piace farmi un’opinione che venga dal confronto.
alla mia formazione classica devo senz’altro la passione per la comunicazione, la capacità di intuire senza la necessità di formalizzare, il coraggio di essere approssimativo quando una foto sfocata è più bella di una messa a fuoco.
e quello che è venuto dopo? mi ha impedito di derivare. mi ha tenuto con i piedi per terra.
vorrei dire altro, solo che non voglio annoiarti.
non è vero, in realtà sto pensando che ho già detto troppo. e poi son curioso di leggere la seconda domanda.

E-BLOG: L'arte di dire fingendo di non voler dire e viceversa...
La seconda domanda è su due cognomi ingombranti , un verso che è stato definito come il più significativo della poesia italiana degli ultimi dieci anni, ovvero poetica italiana degli ultimi dieci anni, per bellezza stilistica e capacità di descrivere una classe sociale, le sue ansie e le sue aspirazioni. Ti proponi di descrivere un disagio dal di dentro, oppure il tuo obiettivo è di essere un osservatore esterno che compie un ritratto di un periodo alla stregua di quello che fece Parini con la nobiltà milanese? Quanto è autobiografica la vita che descrivi nei tuoi racconti e quanto è esercizio stilistico?

DO NOT: grazie. certamente è un’esagerazione. quindi grazie di nuovo. in realtà so molto poco della produzione poetica negli ultimi dieci anni, sia italiana che estera. ho sempre letto prevalentemente prosa, narrativa in particolare. e negli ultimi anni sempre meno anche di quella. non è una cosa di cui vado fiero. ma nemmeno me ne vergogno. ho “smesso” di leggere e basta, come si smette di fumare o di andare a trovare una vecchia zia. arriva un giorno in cui ti stanchi di leggere storie di altri scritte da altri. e cominci a scrivere la tua. ma intanto devi anche continuare a viverla, e il tempo non è tanto.
se sei un lettore appassionato, questo forse ti deluderà. pazienza, sono abituato a deludere. e per non perdere l’abitudine, rincaro subito la dose.
non c’è denuncia sociale in quello che scrivo.
non perché non attribuisca alla comunicazione letteraria, ed artistica in genere, una funzione sociale. ce l’ha, e non sta a me dire che è essenziale.
ma in ciò che scrivo io, almeno nelle mie intenzioni mentre scrivo, qualsiasi dimensione sociale – o più in generale qualsiasi astrazione a CATEGORIE – è del tutto assente.
io parlo di individui e della loro singolarità. qualsiasi metafisica di questo individuo è un’astrazione che non mi riguarda.
non me ne vogliano la critica marxista o i fan dell’engagement. non mi reputo un disimpegnato, ma non mi impegno quando scrivo.
o almeno, quello che so è che oggi è così.
e non credo di ritrarre un disagio. magari c’è, nei personaggi che descrivo. ma francamente me ne frego. se giulia è una perbenista complessata che non sa conciliare quello che le han detto mamma, papà e catechismo con la voglia di farsi sfondare da uno che appena conosce, per me sono e restano affari suoi. mi sta bene essere quel semisconosciuto che se la scopa, e pace così.
questo non vuol dire che io la guardi da lontano. che la osservi “dall’esterno”, per citare le tue parole. non racconterei mai la realtà guardandola da fuori. ai profeti io non ci credo. e soprattutto non voglio essere uno di loro. i profeti hanno la barba lunga e i capelli sporchi, si vestono di merda e mangiano male. sono quelli che non hanno trovato un posto nel sistema, per incapacità o pigrizia. e allora predicano controcorrente.
ora, non son qui a raccontare di un mondo perfetto, in cui tutto va come l’ho sempre sognato. ma sto mondo è così, è tutto quello che c’è, e non ho la minima intenzione di perder tempo cercando di rifarlo da capo. piuttosto provo a prenderne il meglio, magari cambiando quel poco che si può cambiare. ma da dentro, su questo non ho dubbi.
autobiografico o meno. se esistono scrittori non autobiografici, io non li conosco. credo che anche chi scrive libri di ricette a modo suo lo sia. non possiamo raccontare nulla se non ciò di cui abbiamo esperienza e di niente ne abbiamo se non della nostra vita.
lo so, lo so. non erano ste menate che volevi sentire. tu vuoi sapere se le storie son vere. caro edoardo, io ho pochissima fantasia. sono un discreto traduttore di quello che mi succede, ma non so fare molto di più.

Jean Béraud, <br />La sortie du Lycée Condorcet

E-BLOG: Un altro bellissimo momento poetico è quando descrivi le lacrime all’uscita dal San Carlo, che mi ha ricordato Proust e i quadri che ritraggono l’uscita dal liceo Condorcet. Una trasposizione voluta per far risaltare la
continuità tra due borghesie? Quale significato attribuisci, nella tua poetica, alla ripresa di luoghi, come il San Carlo, che costituiscono un caposaldo dell’immaginario collettivo?

DO NOT: se ti ho ringraziato per il commento sul mio verso, al paragone proustiano devo fare molto di più. proust è senz’altro l’autore che preferisco, senza limitazioni di genere ed epoca, e la recherche l’opera più completa tra quelle che abbia letto. riletto, anzi. dato che quei sette libri sono gli unici – eccezion fatta per il tonio di mann, che abbia letto due volte.
mi ha sempre sorpreso come una persona sicuramente molto diversa di me, non solo per lontananza nel tempo ma anche per distanza caratteriale, abbia potuto dire tutto quello che penso dicendolo meglio di come potrei fare io. per giunta in un’opera unica. in qualche modo la cosa mi infastidisce.
si, direi che marcel proust è l’unico “mito” che ho, se di mito si può parlare. uno che ha avuto la capacità di dire davvero tutto, e il buon gusto di dirlo una volta sola.
non c’è però richiamo volontario a lui, in quelle immagini che citi. sicuramente può essere un’associazione inconsapevole, che anzi mi fa piacere tu mi abbia fatto notare.
è vero, qui la “categoria” sembra emergere. ma è puro espediente mediatico, non elemento promotore.
credo che la comunicazione, non solo letteraria, si riconosca in due momenti logici essenziali. c’è una prima fase (il)logica di pura generazione del messaggio, che è paradossalmente in potenza largamente indipendente dal destinatario, e perfino dall’effettiva esistenza di esso. è la fase iniziale di esternazione, di produzione del messaggio per la pura esigenza di concretizzazione di un’idea/stato emotivo. una prima forma (impropria) di comunicazione può arrestarsi qui, un po’ come il diario segreto della ragazzina e le lettere che scriviamo sapendo già che non le spediremo mai.
la seconda fase è quella di delivery al destinatario, in cui il messaggio assume anche la forma ed i moduli espressivi più coerenti con le caratteristiche del ricevente. beh, ovviamente se voglio farglielo capire, il messaggio!
ecco. il ricorso al topos radicato nell’immaginario collettivo è l’espediente mediatico che consente nel destinatario l’associazione immediata e sintetica tra l’individuo o il particolare - che è elemento fondante e generatore del messaggio – e un archetipo generale a lui ben noto, quindi facilmente raffigurabile senza passare per descrizioni a mio avviso anti-liriche.
ma la “categoria” non è mai elemento generatore dell’esigenza comunicativa, né centro del messaggio. interviene nella fase di confezionamento, quando il prodotto essenziale deve arricchirsi di un’interfaccia per divenire fruibile da un mercato target con determinati filtri interpretativi.
ok, sono diventato l’esegeta di me stesso e questo mi fa orrore. d’altronde sono troppo egocentrico per non approfittare di domande simili. ma andiamo avanti.

E-BLOG: Che locali frequenti per trarre ispirazione (ristoranti, bar, discoteche)?
DO NOT: la mia vita sociale è tutto sommato molto, molto ordinaria. non frequento salotti letterari, tanto per cominciare. nulla mi annoierebbe di più di una serata con tre o quattro scribacchini foruncolosi e un paio di racchie che vanno in estasi per due versi scritti male.
se non si era capito ancora, non sono per le (presunte/sedicenti) elite culturali. o meglio, che le facciano pure. ma non mi invitino alle loro serate. ci si lamenta spesso che la poesia non venda.
ma cosa vogliamo che abbia mai da dire al mondo là fuori uno che quel mondo non lo vive? non mi piace ricalcare luoghi comuni, ma il prototipo del poeta resta uno sfigato con seri problemi di integrazione, che nel migliore dei casi scrive per la minoranza dei suoi simili, bofonchiando ora inutili lamentele ora versi rabbiosamente impotenti contro il “sistema”. un altro profeta, insomma.
completamente fuori mercato. ora, non vorrei si pensasse che io non apprezzi le voci fuori dal coro. mi sta bene chi ha il coraggio della diversità. ma prima di criticare una realtà devi averne esperienza e si può sputare su qualcosa solo dopo essere stati capaci di ottenerlo.
la mia vita sociale è molto, molto ordinaria. vivo in mezzo a persone che alla sera, anziché aver voglia di scrivere, vanno a ballare o si guardano un bel film. e non è nemmeno cinema indipendente che in libreria ci entrano poco e di solito per fare un regalo. magari un ken follett, certo non proust. i posti che frequento sono snobbati dagli illuminati intellettuali, che si limitano il giorno dopo ad informarsi, con ingorda malsana avidità di particolari, su chi c’era o non c’era alla tal serata.
vivo in mezzo a persone “normali”, insomma. le stesse che qualcuno definirebbe banali. senza sapere che banalità è solo la distanza a cui teniamo gli altri, che non ci permette di vederne i particolari.
d’altronde io la adoro, la banalità. per molti è un difficile punto di partenza, da cui cercare di migliorarsi per riuscire a sentirsi “speciali”. per me è un punto di arrivo, il risultato di un lungo lavoro di “semplificazione”, il ritrovare in una dimensione diversa e complementare alla mia – socialmente banalizzante, se vuoi - l’antidoto all’ipersensibilità della poesia e la ricetta di una sana, serena “normalità”.
 IO=10
E-BLOG: L’analisi della realtà sociale milanese che porti avanti attraverso la contestualizzazione dei soggetti nell’ambiente ti accomuna, seppur per percorsi molto diversi, al gruppo di scrittori del deboscio. Cosa ne pensi di loro e più in generale della scena letteraria milanese?
DO NOT: come dicevo anche prima, della scena letteraria milanese so ben poco. né mi interessa particolarmente conoscerla meglio. questo non vuol dire che non mi farebbe piacere far quattro chiacchiere con qualcuno che vive nella mia stessa città e che come me ogni tanto si mette a scrivere. ma ci parlerei come parlo con la prima tipa conosciuta al bancone di un locale, o con un amico di un amico presentatomi per caso ad un aperitivo. nulla gli aggiungerebbe il fatto di scrivere. quello che mi arricchisce è innanzitutto interagire con persone diverse da me.
il caso deboscio è interessante. ma lo vedo più come un buon case study di marketing che come un fenomeno letterario. non che le due cose debbano essere poi drammaticamente diverse, certo. in ogni modo tra me e loro sono più le differenze che i tratti comuni. e per questo, naturalmente, mi piacciono.
nel loro caso credo tutto sia partito da una business idea, brutalmente sintetizzabile in “vogliamo vendere le magliette”. l’aver messo su una teoretica ed etica del debosciato fa parte della semantica del prodotto, lo arricchisce di intangibles che ne potenziano il significato simbolico e – soprattutto – il controvalore in quanto output vendibile.
anche il libro penso sia un’idea venuta dopo.
sia chiaro, non c’è alcun giudizio di merito nella mia constatazione. non attribuisco accezione negativa ai concetti di commercializzazione e commerciabilità.
apprezzo al contrario l’imprenditorialità in quanto capacità creativa – e quindi in qualche modo artistica – applicata al sistema reale.
del resto commercializzare idee implica dover stare sul mercato. e se non altro questo impedisce di cadere nella trappola autoreferenziale del profeta che vive fuori dal sistema.

E-BLOG: Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Intendi pubblicare libri delle tue opere?
DO NOT: l’idea di pubblicare qualcosa mi è già venuta un paio di volte. se non l’ho ancora fatto, ci sono almeno un paio di ragioni. tanto per cominciare ho sempre ritenuto una dimensione pubblica come “scrittore” – in particolare di quello che scrivo io – poco compatibile con il lavoro che faccio. in secondo luogo, mi è sempre mancata una spinta essenziale, quella dei soldi. chi punta sulla propria produzione letteraria per campare, ha naturalmente la pubblicazione come obiettivo primario. ovvio, altrimenti non mangia. io ho la fortuna di avere un lavoro ben pagato, quindi l’incentivo economico nel mio caso non scatta. piuttosto quello che a volte mi manca è il tempo, l’unica risorsa davvero non rinnovabile. e prendermi altri sbattimenti è l’ultima cosa di cui abbia voglia.
certo, la pubblicazione è comunque un punto di arrivo. e sapere che ciò che scrivo è gradito da chi lo legge non mi lascerebbe tutto sommato indifferente.
boh, vedremo come andrà a finire.
per il futuro, non è che faccia grandi programmi. ma credo di saper bene quello che voglio, in termini di obiettivi essenziali. questo si. non sono un fan dell’accurata pianificazione operativa e non ne sarei capace nemmeno volendo. mi piace aver ben chiaro dove voglio arrivare, senza saper bene oggi cosa fare domani per arrivarci.
oggi ho quasi trent’anni, abbastanza cazzate fatte e di cui essere orgoglioso alle spalle e la consapevolezza di aver ottenuto molte delle cose che ho voluto. oltre alla certezza che molte altre ne vorrò in futuro.

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lunedì 21 novembre 2005
  Intervista a Matteo Galiazzo
Anversa - foto di Matteo Galiazzo

Perchè si scrive, cosa si scrive, perchè (si deve) smettere di scrivere.
Intervistare Matteo Galiazzo è il punto + alto che potesse raggiungere questo blog, per questo lo ringrazio per aver risposto alle mie domande.
Soundtrack: Perturbazione, fake B movie star

Anversa - foto di Matteo Galiazzo

Matteo Galiazzo è nato nel 1970 a Padova, ma da sempre vive a Genova, dove lavora come informatico.
Nel 1992 entra a far parte del Maltese Narrazioni.
Nel 1996 partecipa alle antologie Gioventù cannibale (Einaudi, 1996) e Anticorpi (Einaudi 1997).
Nel 1997 pubblica la raccolta di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte(Einaudi) .
Nel 1999 esce il romanzo Cargo (Einaudi).
Nel gennaio del 2002 esce il romanzo Il Mondo è posteggiato in discesa (Einaudi).
A maggio del 2003 esce sul numero 32 del Maltese Narrazioni il racconto La casa in Vico Gattagà.
Poi, più niente.

Anversa - foto di Matteo Galiazzo

DEZERTO: Cosa stai facendo?

MATTEO GALIAZZO: Forse vuoi sapere se scrivo ancora narrativa, no, non scrivo più da due o tre anni. Non scrivo più per vari motivi, li avevo anche spiegati sul forum del Maltese, vediamo se me li ricordo. In sostanza il motivo credo che fosse che ero contento così com'ero, mi avevano pubblicato e quindi non avevo la spinta del genio incompreso, anzi soffrivo di un eccesso di comprensione da parte di tutti. Poi avevo trovato un lavoro che mi piaceva e che all'inizio assorbiva anche tutto il mio tempo libero. In sostanza penso che se uno è contento non ci pensa minimamente a mettersi a scrivere, perché la letteratura è fondamentalmente lagnarsi di qualcosa attraverso delle alterazioni simulate del paesaggio esterno.

Anversa - foto di Matteo Galiazzo

DEZERTO: Sul sito dell’Einaudi fai una concettualizzazione per me fondamentale, ovvero la (non) distinzione che dovrebbe sussistere tra letteratura e manualistica.
Io lì ci ho visto che, come la fisica spiega il funzionamento del mondo, la letteratura è la fisica sociale che dovrebbe spiegare funzione / funzionamento dell’umanità, la vera teosofia.
Invece la letteratura contemporanea è perlopiù teratologia, elenchi compiaciuti di catalogazione / descrizione di stranezze / idee bislacche, dalle papere di Central Park del Giovane Holden allo scopare & scorreggiare di Palahniuk & Wallace, arrivando in Italia ai cannibali, come i ragazzini in gita scolastica si compiacciono dei loro scherzi sordidi all’interno del pullman-acquario, mentre la vita/verità resta là fuori, oltre i vetri, inconosciuta.
Tu intanto non scrivi più, perché fai l’informatico, ma in realtà stai scrivendo, perché l’informatica è l’epistemologia della letteratura, tutto è riconducibile a un’architettura tre livelli, l’universo è un database di eventi, che noi leggiamo attraverso l’application server che contiene le logiche della nostra conoscenza attuale, e poi c’è la lett eratura che è l’interfaccia utente di tutto questo, l’Explorer.
Ecco, mi sembra che la letteratura attuale, si limiti a essere un compiaciuto e inutile scriptino java per giocare a pong, e nulla di quello che dovrebbe essere.


MATTEO GALIAZZO: Ah, la tua architettura a tre livelli mi ricorda abbastanza la mia, solo che la mia ne ha solo due, e la letteratura non c'entra una mazza. Io credo nella Gestalt, che è una teoria della neurologia della percezione visiva, che però diventa un'analogia con la quale puoi spiegare praticamente la vita l'universo e tutto quanto, limitatamente alla prospettiva umana. In pratica c'è la realtà oggettiva, che è lì fuori, che è piena di fatti discordanti, caotici, infiniti, ed è una massa assolutamente inconoscibile. Poi c'è l'osservatore che deve sopravvivere. Allora lui ha questo strumento, che è la percezione, che è un atto costruttivo, che prende questo materiale caotico e si inventa delle spiegazioni sulla realtà, queste spiegazioni possono essere sensate o meno dal punto di vista logico, l'importante è che siano utili alla sopravvivenza, dato che vengono selezionate dalla legge darwiniana. La percezione cancella cose, altera, filtra, ne crea altre che non esistono. E noi vediamo le cose attraverso questo strumento, che non è semplicemente deformante, ma è una vera e propria jointventure Hollywood-Tubinga personale. La realtà oggettiva potrebbe anche non esserci (questa è la degenerazione solipsistica della teoria), io credo che se esiste è qualcosa di completamente diverso, o comunque assolutamente insensato dal punto di vista schiettamente umano.
In tutto questo la letteratura non c'entra un ficus seccus, come vedi, la Gestalt è solo una religione neurologica. Non ci possono essere prove che le cose siano effettivamente così, è una spiegazione delle spiegazioni e se la applichi a se stessa viene fuori che è semplicemente una costruzione mentale per spiegarsi la spiegazione. A me sta bene così.
La letteratura. Bah, sembra che tu attribuisca un grande significato alla letteratura, per me non è così. C'è gente che balla il liscio, gente che suona, gente che costruisce navi in bottiglia, gente che racconta barzellette, e c'è gente che scrive. Se uno sceglie la letteratura per capire il mondo affari suoi, è un modo come un altro. Ma ugualmente può scegliere i telegiornali o le navi in bottiglia, e a me sta bene lo stesso.
Il discorso sulla distinzione tra manualistica e narrativa, la mia idea era abbastanza semplice, molta letteratura è sempre stata piena di riferimenti ad altra letteratura, e a me questo sembrava assurdo. Che uno nel duemila per scrivere un romanzo debba impostare il linguaggio in modo ottocentesco, col passato remoto, usando termini che non si usano altro che nei romanzi, cose così, e che lo faccia volontariamente, senza che nessuno lo costringa, boh, io non capisco. É come quando triti la carne e continui a tritare la carne buttando dentro la carne macinata che hai appena tritato, che cacchio serve, dopo un po' sarebbe meglio aggiungere altra carne fresca non macinata, no? Cioè, a me piace che chi scrive abbia anche una vita esterna alla letteratura, che ne so, faccia un lavoro interessante, faccia dei viaggi, oppure almeno si legga qualcosa che non sia altra letteratura. E per quanto mi riguarda notavo che i libri che, a mio avviso, più hanno disappannato la mia visione dell'esterno non sono di narrativa. Ma avrebbero anche potuto esserlo, solo che è difficile trovare quella roba nella narrativa, a parte in Greg Egan. O in PKDick. O in Pat Cadigan. Generalmente quindi in cose di fantascienza che indaghino il rapporto soggetto/realtà.
Quindi, ecco, ero partito pensando di dire che non ha senso lamentarsi della letteratura attuale perché è troppo generico, ma guarda guarda mi sto lamentando anch'io. Però a me non sembra una cosa così tragica. Escono un sacco di libri, e sono diversi tra loro. Se cerchi qua e là trovi anche chi scrive la letteratura che secondo te spiega il mondo. Sarebbe infantile e poco democratico però pretendere che tutti si mettano a scrivere come piace a te.
Se poi è un discorso programmatico, cioè è una dichiarazione di intenti del tipo 'Io voglio scrivere la letteratura che manca in questo modo' allora va bene, ma secondo me per chi scrive è meglio non stare a pensarci troppo su, è meglio scrivere e basta, in maniera istintiva, e pensarci il meno possibile. E' come quando uno si interessa ai movimenti che fa con le gambe e improvvisamente vuole essere consapevole di tutti movimenti che fa scendendo le scale, perché uno di solito scende le scale senza pensarci e ti assicuro che funziona molto meglio così, senza pensarci, perché se ti metti a pensarci succede un gran casino e tutto si blocca a metà dello scalino e lo scalino dopo te lo ritrovi nei denti. Idem per chi suona il pianoforte.
E per finire: Explorer è il peggior browser che si possa usare in questo momento: non ha i tab e non visualizza correttamente la trasparenza nelle png. Quelli scritti in java non sono script ma programmi, dato che devono essere compilati. Il pong non è per niente inutile, così come il tetris.

Anversa - foto di Matteo Galiazzo

DEZERTO: La ragione per cui uno scrive è sé stesso, perché esiste, per darsi una volontà di senso.
Poi fa leggere le sue cose alle persone che gli piacciono, per conquistare delle tipe, e lì è la volontà di piacere.
Poi cerca di pubblicare, per vivere di quello che scrive, perché la letteratura è ricerca (come tutte le altre attività, dall’avvocato al meccanico) così da avere tempo per continuare a ricercare, mentre se fai un altro lavoro hai meno tempo. Per vivere di quello che si scrive e acquisire prestigio sociale, e questa è la volontà di potere.
Tu scrivi ancora? Solo per te stesso? La letteratura ti è servita per bekkare delle tipe, per conquistare prestigio sociale (mi ricordo quando eri in prima fila nella puntata di Fenomeni su Genova)?


MATTEO GALIAZZO: Io non scrivo più da circa tre anni. Non scrivo per me stesso perché per me la scrittura è sempre stata una cosa destinata agli altri. O meglio, mi divertiva di più scrivere pensando di stare comunicando a qualcun altro. O meglio mi piaceva scrivere usando un protocollo condiviso, così, come regola autoimposta (un po' come X nei sistemi Unix, che ha un'architettura client-server, anche se nel caso più normale client e server girano nella stessa macchina).
Quindi sì, la scrittura per me è sempre stata una cosa sociale: credo che fosse perché io non parlo molto, e quindi mi sembrava che ci fosse un deficit nella portata di comunicazione da me agli altri. Però scrivere è un'attività bella di per sé, per moltissimi motivi, anche se poi nessuno legge quello che scrivi (e nella maggior parte dei casi in effetti nessuno legge quello che scrivi).
Eh, scrivere di come uno scrive è un gran casino. Se io penso a uno che scrive per sé stesso, mi viene l'immagine di una sregolatezza totale, cioè uno che scrive così, senza preoccuparsi se gli altri capirebbero o meno quello che sta scrivendo. Io mi sa che raramente ho scritto in questo modo, mi immaginavo sempre di stare parlando a qualcuno o cose così, per mantenere la costruzione all'interno di una cornice condivisa con il resto dell'umanità, anche se potrei accettare benissimo di scrivere una cosa sapendo già che non la leggerà nessuno, ma lo farei comunque atteggiandomi dentro di me a comunicatore. Comunque la consapevolezza di essere letti è molto gratificante, anche se io dal punto non ci vedo grandi motivi per gongolarsi.
E soprattutto tutto questo non è molto importante, a causa di una cosa che ti dirò. Secondo me la cosa importante è il lettore, non lo scrittore. É l'osservatore che crea la realtà, e quindi è il lettore che crea il romanzo, fondamentalmente. Tu gli devi semplicemente fornire delle cose che funzionino da attivatori, o che passino il filtro, o che facciano girare la girandola. E' imprevedibile quello che succede al lettore. Per lo più si annoierà, perché le cose che il tuo filtro ha lasciato passare magari vengono filtrare dal suo filtro, e quindi alla fine non passa niente. Se uno magari ha un filtro con i buchi esattamente uguali ai tuoi passa tutto, ma magari si annoia lo stesso perché dice Ehi, ma queste cose io le vedo tutti i giorni, che me le leggo a fare. E poi ci sono tutte le gradazioni intermedie, che son le più interessanti per il lettore.
Per dirti come la penso sull'arte in generale. L'arte in generale è dentro chi guarda, chi l'ha prodotta non ha quasi nessun ruolo nel processo. Certi quadri astratti che a me piacciono un casino, per quanto mi riguarda potrebbero anche essere fotografie di macchie di umidità in uno scantinato di Omsk. A me piacciono. Chiunque le abbia fatte. Mi piacciono a un livello mentale. Non me ne frega un cazzo che venga lì l'autore, o il critico, e che si metta a blaterare su quello che voleva esprimere l'artista, la critica alla società e tutte 'ste puttanate. A me i quadri astratti piacciono (o non piacciono) dal punto di vista squisitamente estetico, mi piacciono (o non mi piacciono) istantaneamente guardandoli, prima di sapere qualsiasi altra cosa di contorno.
Per dirti, l'anno scorso mi hanno chiamato ad Anversa per una manifestazione: mettevano insieme uno scrittore e un artista e gli facevano fare delle cose. Io siccome non volevo scrivere sono andato ad Anversa con una macchinetta fotografica e ho fatto seicento foto di Anversa, poi ho fatto uno scriptino (questo sì che era uno scriptino bash) che ritagliava più o meno a caso pezzi di foto e li disponeva uno dopo l'altro. Random art. Secondo me la random art va bene, perché non è importante che ci sia un artista dietro, l'importante è che sia un osservatore.
Poi abbiamo presto 'ste minchia di foto tagliate a caso e le abbiamo appiccicate a degli scatoloni virtuali usando povray (Persistence Of Vision RAYtracer, un motore di rendering 3d) con un altro scriptino, e il risultato mi piaceva, perché era imprevedibile. Quanto c'era di mio e quanto c'era di casuale? Boh, chissenefrega. Io preferivo che ci fosse di mio il meno possibile, in modo da poter essere io stesso spettatore sorpreso. Al limite io ero semplicemente un meta-artista, che costruiva le regole all'interno delle quali doveva agire la casualità. Che poi non è che siano granché, ma per me è stato interessante, gli esempi li vedi qui.
La letteratura mi è servita a bekkare delle tipe? Mah, mi sarebbe servita se io fossi uno predisposto a beccare delle tipe, allora uno sfrutta la cosa, ma se fossi stato uno predisposto avrei beccato le tipe anche senza letteratura. Ma se uno è predisposto di solito non si mette a scrivere, perché tra i vari motivi che spingono uno a cominciare a scrivere il più tipico è che le ragazze non ti si filano manco di sbieco.

Anversa - foto di Matteo Galiazzo

DEZERTO: Noto sempre una certa diffidenza tra il gruppo di chi scrive e il gruppo di chi non scrive. Sul lavoro, credo che qualcuno ti considererà “originale” perché sei uno scrittore. Al tempo stesso, gli scrittori mi sembra disprezzino i lavoratori senza tanti fronzoli che i libri non li leggono, non li scrivono, la sera si guardano un pezzo di inter e un pezzo di zelig, e sono soddisfatti di non avere tanti grilli per la testa, anche se poi soffrono d’amore o di nostalgia come tutti gli altri, chiaramente. Del resto ognuno è gratificato nel fare le cose che gli riescono bene, ma queste cose devono anche avere valore per il progresso della società, se il muratore con 5 figli dopo aver letto i libri di Galiazzo si fissasse di diventare scrittore senza averne i mezzi e quando lo capisce si ammazza, è poi la società che deve pagare per mantenere i figli.
Allora è sempre la discriminante economica quella giusta, quanto ti pagano (in soldi, in attenzione, in amore) per quello che fai, e quindi in base a quello bisogna decidere se fare / non fare le cose? Dunque viviamo nel migliore dei mondi possibili?


MATTEO GALIAZZO: La discriminante giusta secondo me è la contentezza individuale. Se uno è contento con tanti soldi è giusto che cerchi di fare tanti soldi. Se uno è contento guardando Zelig o l'Inter è giusto che guardi l'Inter e nessuno gli deve rompere i coglioni, se lui non li rompe agli altri. Se uno è contento scrivendo è giusto che scriva, che sia bravo o meno, che gli altri leggano o meno. Se lo scrittore è snob e non vuole guardare Zelig ma poi si sente isolato perché tutti i suoi colleghi parlano di Zelig e lui non l'ha visto, se lui è contento ad essere snob e in questo isolamento si compiace è giusto che continui a fare così e nessuno gli deve rompere i coglioni.
Purtroppo quello che spesso manca a questo perfetto modulo sociale è che la gente tende continuamente a rompersi i coglioni a vicenda.
Io non so come sia per gli altri, e probabilmente io nella mia vita ho avuto tutte le fortune perché da un certo punto in poi ho sempre trovato il modo di essere soddisfatto facendo quello che stavo facendo. Quindi non ho molta esperienza di come e perché uno non sia contento, ma secondo me uno dovrebbe sempre essere guidato dalla ricerca della felicità e basta, o se proprio non si può essere felici, almeno dalla ricerca della serenità.
Se uno pensa di essere felice scrivendo benvenuto. È meglio che sappia in anticipo però che la cosa non gli darà mai da vivere. Se pensa di vivere di quello che scrive è meglio che si dedichi al superenalotto, perché ci sono molte più probabilità di sistemarsi. E questa forse è anche la misura più giusta dell'utilità di quello che uno scrittore produce. Io sono stato molto fortunato perché ho trovato un lavoro (il programmatore) che è più o meno come scrivere, ma ci sono innumerevoli vantaggi: c'è un compilatore che ti dice se stai scrivendo cazzate incomprensibili, e questo fa molto bene all'ego. Una volta che il programma ha compilato lo fai girare e anche lì è abbastanza immediato vedere se funziona o no, mentre con la narrativa è molto ma molto più complicato capire se la cosa funziona o no, perché a molta gente non fa piacere dirti in faccia che le cose che hai scritto fanno cagare. Poi ti pagano regolarmente abbastanza da sopravvivere, e questo sì, ti fa sentire più socialmente utile: se qualcuno è disposto a sottrarsi del denaro, cazzo, stai facendo qualcosa che vale. E poi lavori in mezzo a dei tizi che parlano di cose molto interessanti, la ricorsività, la logica booleana, tutte cose affascinanti e astratte, ma ne parlano non come di cose immateriali, pure e ideali, ma come di utensili concreti per costruire concreti meccanismi sporchi di grasso e utili al cliente.
Sulla discriminante economica ci sarebbe da scrivere a lungo. In Italia non c'è un gran mercato letterario, la gente non legge, non c'è un'industria editoriale forte spinta dal mercato. Gli editori pubblicano una parte del catalogo in perdita, fuori mercato e questo ha aspetti positivi e negativi. Se si esce dal mercato la scelta editoriale diventa arbitraria e guidata dall'estetica di qualcuno, il che può andarmi bene o male. Il mercato invece è democratico, nei limiti di quanto è uniformemente sparsa tra la popolazione la ricchezza, quindi magari appiattisce culturalmente l'offerta, ma raggiunge il maggior numero di persone possibili. Questo va bene per la maggior parte di persone che avranno così prodotti alla loro portata, ma va male per gli stronzetti snob che devono distinguersi dalla massa e che pretendono qualcosa di aristocraticamente diverso. Secondo me la narrativa italiana oggi è per la maggior parte fuori dal mercato, e gli snob non hanno nessun diritto di lamentarsi. C'è un best seller in cima alla classifica, ma poi ci sono migliaia di libri che continuano a uscire tutti i giorni e che non compra nessuno e che comunque continuano a uscire per tradizione, per politica, per amicizia, per ragioni extraeconomiche.
Se ci fosse il mercato cosa succederebbe? Si pubblicherebbero meno titoli, molti sarebbero di comici e conduttori televisivi e calciatori, molti sarebbero di barzellette, poi ci sarebbe più narrativa di intrattenimento, il che secondo me non sarebbe affatto male. Tra gli scrittori di narrativa di intrattenimento ci sarebbe qualcuno (pochi, pochissimi) in grado, mantenendosi all'interno dei paletti degli obblighi intrattenitivi, di costruire qualcosa di indubitabilmente bello e intelligente anche per gli snob. Un po' quello che succede col cinema. Fare cinema costa un casino, e quindi il mercato seleziona molto di più che non nella narrativa, che praticamente costa zero. Ma non vuol dire che tutti i film siano brutti. Ci sono film che hanno successo e sono lo stesso belli. Che ne so, Il meraviglioso mondo di Amelie, Kill Bill, Le invasioni barbariche, Goodbye Lenin, ce ne sono che riescono almeno a comparire sul mercato e la gente può andarli a vedere. Io penso che succederebbe lo stesso con la narrativa, e il mercato sarebbe un cambiamento, una specie di rivoluzione francese, tagliare la testa ai nobili e far andare gli straccioni al potere. Come in tutte le rivoluzioni cambierebbe pochissimo, ma chissenefrega, tanto, per quello che vale la letteratura.
Cioè, non bisogna vedere il mercato come una forma di selezione culturale, perché la maggioranza dei clienti sceglierà sempre di leggere delle (dal mio elevato punto di vista) puttanante galattiche. Però ci sarebbero sempre degli interstizi, degli spazi in cui infilarsi.
Il mercato non impedisce a nessuno di fare le cose per bene, entro certi limiti. E molto spesso sono i limiti che rendono interessante fare le cose. Prendi certi spot pubblicitari, che ne so, i vecchi spot della Nike, o della Diesel, per me sono arte al 100%, eppure sono stati progettati dall'inizio alla fine dentro il mercato.
Io so di non essere uno spettatore medio, e non voglio imporre alla maggioranza quello che piace a me.
Se invece vuoi un esempio negativo basta guardare la televisione. La televisione italiana è completamente di mercato. La televisione degli anni sessanta era culturalmente meravigliosa rispetto a quella di oggi, cazzo, c'erano gli sceneggiati di Dostojevsky che adesso chi si sogna di farli più. C'era il teatro, l'Orlando Furioso di Ronconi, cose che oggi non si vedono manco più nei teatri stessi. A me è ovvio che piaceva più la televisione degli anni sessanta, ma d'altra parte devo riconoscere che era televisione molto arbitraria, molto poco democratica, aveva uno scopo didattico perduto in partenza. Oggi è difficile per uno snob del cazzo come me guardare la televisione, c'è solo La7 che si eleva un gradino più in là degli altri (a parte Biscardi), per il resto la televisione mi serve solamente come periferica del lettore dvd, oppure per vedermi film videoregistrati a notte fonda, oppure per guardarmi i video musicali indiani sul satellite.
Per dirti però perché a me il mercato non fa così puzza, pensa a Dostojevsky. Pensaci. Io considero Dostojevsky il più grande scrittore di tutti i tempi. Eppure Dostojevsky nel corso della sua vita non è mai riuscito a scrivere come avrebbe voluto, perché era dentro il mercato, perché scriveva per vivere, e siccome aveva un sacco di debiti ha dovuto scrivere un casino, molto più di quanto avrebbe voluto, e siccome pubblicava i suoi romanzi a puntate nelle riviste ha dovuto scrivere seguendo certe regole, che magari lui considerava meschine regole del cazzo, tipo inserire colpi di scena alla fine di ogni capitolo, coinvolgere emotivamente il lettore, rimanere sulla terraferma, rimanere in contatto, parlare d'amore, di donne, di soldi. E' stata una fortuna incredibile per la letteratura universale (o almeno è stata una fortuna per me) che Dostojevsky abbia avuto una vita così di merda, e soprattuto che la sua sopravvivenza economica fosse legata allo scrivere, perché in questo modo ha scritto non i libri che sarebbero piaciuti a lui, ma quelli che piacciono a me. Tolstoj probabilmente ha sempre scritto quello che ha voluto, essendo ricco, e infatti Tolstoj te lo lascio tutto intero.

Anversa - foto di Matteo Galiazzo

DEZERTO: Il tuo futuro e cosa ci dobbiamo aspettare da te, e cosa ti aspetti da noi.

MATTEO GALIAZZO: Al futuro non ci penso molto. Sono ipocondriaco e di solito penso di avere ancora pochi giorni di vita davanti a me. Questo è deresponsabilizzante. D'altra parte sono consapevole di essere ipocondriaco, quindi in qualche modo credo che tutto sia frutto della mia immaginazione e in conseguenza credo anche di essere immortale.
Da voi, e in generale dagli altri, non mi aspetto niente, e tutto quello che viene mi stupirà piacevolmente.

Anversa - foto di Matteo Galiazzo

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sabato 16 ottobre 2004
  Interviste Personali: Bruko
D'Annunzio la definirebbe immaginifica demiurga d'immagini, e probabilmente le ricorderebbe Romaine Brooks.
In realtà a volte ricorda Louise Brooks.
Ma lei è mutevole come le nuvole, nuova ogni giorno come il sole, in continuo cambiamento come Hokusai, le ragazze aprono blog ispirati al suo, e lei il suo l'ha chiuso...(ma per fortuna rimane quello in inglese).
Insomma, Bruko.

Brukoworld

E-BLOG: Sara, 26 anni, una laurea in ingegneria, un lavoro nel design industriale, ma soprattutto, secondo me, la più grande fotografa vivente.
Cosa manca e cosa è sbagliato in questa descrizione?

BRUKO: Beh... A parte il fatto che ho una laurea in Disegno Industriale, lavoro in un agenzia di pubblicita', non sono la piu' grande fotografa vivente e -vista l'influenza che c'e' in giro- tra poco potrei non essere nemmeno piu' vivente?
C'e' tutto: Sara, 26 anni. Ho dei seri problemi con le definizioni di me stessa.

Sciarpa Teresa

E-BLOG: La ragione per cui mi piacciono le tue foto è che sono racconti brevi, romanzi a puntate, zibaldoni: Travelinghead, ma anche bruttavita.com. La parola diventa parte della foto, la foto parte del racconto. Tutte le arti sono evolute tecnicamente, e le tue fotografie sono espressione della contemporaneità tecnologica nell'ambito della fotografia e della grafica, solo la letteratura è rimasta quella di 2.000 anni fa. Io vorrei una letteratura che è anche figura, sono andato in libreria tutto esaltato a sfogliare "La Misteriosa fiamma della Regina Loana" perché dicevano che era il primo esperimento di letteratura per immagini, ma era un comune romanzo con foto in mezzo. Peter Greenaway è molto spesso pesante, noioso, ma è l'unico che veramente sta facendo uno sforzo di portare l'espressione artistica a come dovrà essere. Questa domanda è un po'come un film di Greenaway, ci ho buttato tutto dentro affinché rappresentasse al tempo stesso concetti generali e osservazioni particolari, ma alla fine è solo un gran pasticcio... Tu fai come Michael Nyman, rispondi quel che vuoi.
BRUKO: 42.
No, scherzo. Per me il legame tra immagini e parole e' importantissimo. E' come se si suggerissero a vicenda senza mai tentare di definirsi, e lo spazio di interpretazione che rimane vuoto nel mezzo viene riempito da chi guarda e legge,
filtrando il tutto con le proprie esperienze.
Se io faccio una foto ad un mazzo di chiavi e ci scrivo di fianco "il miglior amico dell'uomo", automaticamente la mente comincia a fare connessioni che giustifichino questa giustapposizione. Saranno le chiavi di una macchina sportiva? Saranno una metafora della necessita' di avere una chiave d'interpretazione? Sara' una cosa fatta totalmente a caso? Probabile, ma non toglie nulla al divertimento.
Sul fatto che la letteratura sia rimasta quella di duemila anni fa, dissento.
2000 anni fa chi scriveva lo faceva con intenti completamente diversi, con la coscienza dello scripta manent.
La maggior parte era analfabeta e quindi la scrittura aveva qualcosa di quasi magico. Era potente.
Se non fosse cambiato nulla, al classico mi avrebbero fatto tradurre il diario dello schiavo di Catone, in cui sarebbero stati segnati testi di canzoni, commenti sulla schiava del vicino, lamentele sull'inutilita' della propria esistenza.
La tecnologia non ha cambiato solamente il modo di avvicinarsi all'immagine ma anche alla parola.
Anche solo la possibilita' di scrivere, cancellare, copiaincollare ed impaginare il testo che da' un qualsiasi word processor cambia il modo di passare dal pensiero al segno.
In letteratura, come in fotografia, come in qualsiasi altra forma d'espressione c'e' comunque chi si limita ad una pedissequa imitazione dei classici, voglio dire... c'e' un tizio in America che fa dagherrotipi...

Manuela Arcuri, nudo artistico

E-BLOG: La Arcuri, ma qualsiasi attrice fotografata nuda in un calendario, è solita dire che lei si spoglia solo per nudi artistici.
Eppure le sue foto non mi sembrano un nudo artistico, ma solo un pretesto per far vedere le tette.
Nel tuo caso invece il nudo è funzionale alla foto, non avrebbe senso la foto con te in maglietta.
Mi spieghi come mai invece anche la foto della Arcuri è un nudo artistico?

BRUKO: Ah, abbiamo deciso che lo e'?
Per quello che ne so io e' la stessa cosa che potrebbero aver detto le modelle del bagno turco di Ingres.
In fondo se la stessa identica foto (composizione e luce) fosse stata scattata anche ad una modella undicenne e ad una ottantenne, stampata come trittico, numerata ed appesa ad un muro e presentata nel corso di un vernissage con critici conclamati, nessuno avrebbe avuto dubbi a riguardo.

Bruko, nudo artistico

E-BLOG: Quando viene una tua amica a trovarti e poi vi fate le foto e vi mettete i costumi ecc. quando tempo ci metti a fare tutto? Tipo, hai un fondale sempre montato in casa? e come nasce la cosa? le dici "adesso ci facciamo le foto"?
BRUKO: Non mi capita mai di saltar su con qualcosa tipo "ehi, perche' non facciamo delle foto adesso?"
Spesso decidiamo di fare delle foto, decidiamo un giorno in cui abbiamo un pomeriggio libero e poi io vado a casa sua o lei viene a casa mia.
I fondali, quando ci sono, sono teli di stoffa (in fondo solo figlia di un tappezziere) che vengono appesi a caso. Poi possiamo fare foto per mezz'ora o due ore, dipende da quanto ci divertiamo a farlo. Il resto del pomeriggio viene speso a fare merenda, sparlare e fare cose da donne, come scambiarci ricette, discutere sulla migliore marca di assorbenti o di depilazione.

Genova

E-BLOG: Da gennaio è capace che mi tocca tornare a vivere a Milano.
Dimmi tre posti che mi facciano sentire minimal e hip come dentro una tua foto.

BRUKO: L'androne del mio palazzo, il passante di Porta Venezia, il museo di Scienze Naturali a Palestro.

Weed

E-BLOG: So che hai fatto le fotografie di un matrimonio di una tua amica, come del resto Vanessa Beecroft ne aveva fatta una bellissima del suo.
Il tuo "servizio fotografico" in che cosa si differenziava dai soliti servizi filmato + foto 250 euro? Quante chances ho di riuscire a contrattarti per il servizio fotografico del mio matrimonio?

BRUKO: Al momento mi risulta che i fotografi chiedano mooolto di piu' per il servizio filmato - foto :) A parte questo, credo che il motivo per cui Silvia e Luca hanno chiesto a me di fotografarli e' una questione di confidenza: sapevano che avrei evitato di trasformare la chiesa in un set fotografico, che non li avrei costretti a "fare il giro" nel parco con una bicicletta in mano e il cestino pieno di fiori e che non avrei rotto le palle a nessuno.
Non volevano un fotografo vero (che sarebbe stato sicuramente piu' qualificato di me, a livello tecnico), volevano qualcuno che li conoscesse abbastanza da sapere come fotografarli (ma soprattutto come non fotografarli) e volevano dei ricordi del
loro matrimonio. Le stesse foto le avrebbe potute fare chiunque altro. Io ero piu' qualificata delo zio con la macchinetta usa e getta, ma era solo una questione tecnica.
L'unica cosa che puo' essere assimilata al resto del mio lavoro e' il servizio che ho fatto alla sposa durante la "vestizione".
Comunque fare foto ad un matrimonio e' stato piu' stressante di laurea e maturita' assieme, quindi direi nessuna chance.

Non disperatevi, cari lettori, E-blog chiude, ma riaprirà

Con la radiosa intervista a Bruko, come fosse un albergo di Sanremo, il blog chiude per due mesi.
La ragione è la stessa di quando abbiamo chiuso a gennaio, anche allora un po' si parlava di Greenaway, un progetto entra nel vivo, per cui qui non c'è più tempo.
Passerò ogni tanto a dare una controllata, tipo custode d'albergo, ma fino a Natale non scriverò più molto, da buon Jack Torrence.
Il mattino ha l'oro in bocca. Il mattino ha l'oro in bocca. Il mattino ha l'oro in bocca.

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sabato 31 luglio 2004
  Interviste Personali Vol. III - Il Deboscio
DEZERTO: ok, cominciamo. Ad Asti il deboscio è visto un po' come i Dik Dik vedevano la California, a Padova gli Scapigliati si ispirano chiaramente a voi: è arrivato il momento del franchising delle idee? Uffici tipo Tecnocasa in cui dare consulenza sulla vita al popolino?
IL DEBOSCIO: Vorremmo evitarlo, ma siccome non viviamo in uno stato di polizia, ognuno può copiare quello che gli pare.
Scapigliati.com è una copia esatta del nostro sito (emulazione fallita, direbbe qualcuno), a volte tocca le corde del patetico e le spacca, però non fa male a nessuno.

DEZERTO: Aldo Nove vive in via Falck e il figlio di Moratti fa il cameriere al Jamaica. Cioè perchè alcune cose talmente precise accadono? per necessità oppure di proposito?
IL DEBOSCIO: Questa era una domanda che io avevo fatto a te. E tu non hai risposto.
E' una domanda che allora giriamo tutti e due ai lettori perchè, per quanto mi riguarda, era una domanda sincera, in cerca di risposta. Se vuoi posso riformularla meglio:
Abitare in via Falck e fare il cameriere al Jamaica non sono cose divertenti da fare. Nessuno sano di mente può convincermi del contrario. Ora, immagino che tutti e due possono, per mille motivi, evitare cose come queste. Come mai invece le fanno e ne sembrano soddisfatti ? Perchè questo martirio volontario ?
DEZERTO: la risposta per me è nell'intervista di Franz Krauspenhaar a Margaret Mazzantini quando lei dice ...io ci parlo coi barboni. E spesso dentro quel puzzo e quella ruvidezza c’è tutta la pace che i normali non sanno... e allora giustamente Krauspenhaar le chiede se i barboni hanno pace anche d’inverno.

DEZERTO: Quante donne in +/- vi siete fatti grazie al deboscio? Se Lola Ponce (quella del video "I can do it") ti telefona perché ha visto il sito e vuole uscire con te, dove la porteresti?
IL DEBOSCIO: Non ci siamo fatti nessuna solo grazie al sito. Gli argomenti sono e devono essere sempre altri se non le vuoi annoiare. La Porsche è il più valido. Non penso sia nemmeno triste dirlo ormai perchè ho appurato che funziona così. Devo comprarla anche io appena riesco. Quelle che piacciono a me vengono da condizioni sballottate e hanno bisogno di quelle cose lì.
Sai che non conoscevo Lola Ponce ? Sono andato a vedere su Google. E' proprio una tipa da Cumfiesta. Mi chiedo perchè non faccia dei porno. Dici che guadagna di più facendo quello che fa ? Se mi telefonasse e volesse uscire con me la porterei al Ristorante Fuji in via Paolo Sarpi. E poi dove vuole lei. E poi, come dice David, le taglio la testa e al suo posto ci metto il manubrio di una R1.

DEZERTO: consiglia tre posti dove andare a Milano. Che la guida di Aldo Nove alla fine non segnala cose interessanti.
IL DEBOSCIO: Vado a bere al Maraja, quello accanto al Coquetel, in Via Vetere. Poi mi annoio al Rocket e non ci fanno mai entrare al Plastic, a meno che non vada con delle ragazze. Ma tanto fa schifo anche quello. Non c'è niente da fare.

DEZERTO: di chi sono le tette della tipa ritratta con l'adesivo del deboscio?
IL DEBOSCIO: Se vuoi te lo scrivo in una mail separata. E' una mia ex.

DEZERTO: la cattedra di estetica di Zecchi è compatibile con i suoi abbinamenti lacoste gialla / giacca sformata blu / forfora / riporto tre capelli?
IL DEBOSCIO: Sarebbe perfetto allo sportello del PT Business di Via Carducci. E invece ha una cattedra di estetica. In Statale tra i professori, il luogo comune che sento ripetere più spesso è: "Zecchi ? Una macchietta..."
Quello che mi fa più ridere di lui è che inveisce sempre contro il degrado urbano e contro le periferie squallide, pensando di parlare con gente che è cresciuta in Via dei Giardini o in Via Palestro, mentre invece notoriamente gli studenti di filosofia sono per il 98% Bresciani da cemento armato. Lui non ha mai la minima idea di quello che succede.

DEZERTO: tutto è fatto per piacere. Essere fighi, essere ricchi, essere classisti, essere hip. Dire che si odia la gente è in realtà un voler piacere a "certa" gente. VERO / FALSO?
IL DEBOSCIO: Tutto è fatto per piacere. Noi non diciamo che odiamo LA gente.

DEZERTO: Milano è la città del mondo dove ho visto la borghesia vivere nelle condizioni più disagiate, case senza riscaldamento affittate a 1.000€ al mese, rubinetterie anni '60, lavabi monovasca...una rivista stile A.D. dedicata agli interni milanesi più degradati sarebbe interessante?
IL DEBOSCIO: Bisognerebbe capire che cosa è borghese e cosa no. Qualunque stronzo, se glielo chiedi, ti dice di essere borghese. Sarebbe interessante una rivista di quel tipo. Si potrebbe chiamare Travet Design, oppure Scaldabagno (in omaggio a Boiler Magazine)

DEZERTO: Debosci si nasce, ma cosa si legge per diventarlo?
IL DEBOSCIO: Tutte le classifiche propositive secondo me scadono nel liceone. Prova a fare la stessa domanda a quelli di Scapigliati.com e vedi cosa ti rispondono. Così ti deprimi.

DEZERTO: Quale sarà la direzione che prenderà ildeboscio.com nei prossimi mesi?
IL DEBOSCIO: Ci buttiamo a destra?

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