quarte di copertina killer
GIANNI MIRAGLIA - SIX PACK Cronaca da un anfratto della Milano che domina il mondo dei lavori "moderni". Protagonista un addetto alla progettazione di pupazzetti gadget per ovetti e merendine, quarantenne che cerca la salvezza nella sensazione che i suoi addominali reggano per sempre, come quelli del suo idolo Iggy Pop. Lo tiene in vita anche una regola tassativa che si è auto-imposto: avere rapporti sessuali almeno ogni 15 giorni. La sua figura muscolosa si staglia nel bianco asettico di un rinomato club multifitness. Attorno a lui sfilano le silhouette inamidate di dirigenti e professionisti, che di lì a poco comanderanno sedi multinazionali, studi legali e anche le sue ore lavorative. Un confronto ideale che qui li vede soccombere, perché uomini non in grado di sollevare pesi, ma solo capaci di sudare per corse aerobiche e stepper, oltre a farsi umiliare dai Personal Trainer che pagano profumatamente. Sullo sfondo la routine di neon e disinfettanti viene rotta dai monitor tv che celebrano, in un susseguirsi di TG, l'ennesimo attentato di matrice islamica a una capitale occidentale, oltre che dai ritmi leggeri e divertenti della colonna sonora scelta dalle ragazze della reception...
FEDERICO MOCCIA - AMORE 14 Carolina ha quasi quattordici anni. È unica, come lo sono molte ragazze di quell'età. È un momento magico. Ci sono le amiche con cui dividere i giorni e i sogni. Ci sono i primi baci rubati nella penembra del portone. C'è la musica che capita sempre al momento giusto e quelle parole che sembrano sempre parlare di lei. Poi ci sono le feste. C'è la scuola, ci sono gli scherzi tra gli alunni, a quel professore che è un soggetto, ma anche gli esami da preparare. C'è una nonna meravigliosa che la sa guardare in fondo all'anima. C'è un fratello leggendario che aiuta il suo cuore a sognare. E l'amore? Com'è per davvero l'amore? Ha forse gli occhi di Massimiliano, incontrato per caso? È quello l'amore? Chissà... Peccato che Carolina ha perso il cellulare e con il cellulare tutto quello che sapeva di lui. Però non ha dubbi, ritroverà quel ragazzo. E così, mentre sogna di arrivare presto tre metri sopra il cielo, la vita scivola spensierata tra le avventure di ogni giorno, tra le ombre della vita famigliare, ancora lontana dal sospetto e dalla sfiducia, accelera ogni volta che gfi affetti le aprono il cuore, si arrampica con agilità sulla speranza, sull'alba, sul futuro. La strada è lì, di fronte a lei, invitante, morbida, infinita. E Carolina è pronta a essere felice.
per un'epistemologia di fabio volo
fabio volo è l'amico che tutti vorremmo avere in compagnia pero' credo che ognuno dovrebbe sapere stare nel suo spazio se x esempio umberto eco mi chiedesse di venire a giocare a calcetto, mi metterebbe in imbarazzo Nel disorientamento dell’era del post, la letteratura, che dovrebbe descrivere le idee, ha finito per corrompersi descrivendo non le idee ma le storie, quindi il tutto per il particolare, la stranezza, dal Giovane Holden a Palahniuk & epigoni, passando per il cinema d’exploitation diventato mainstream al cinema italiano 2 stanze & cucina, fino alla musica, dai Radiohead a Battiato. Così la letteratura, che dovrebbe diffondere la verità e affermare il principio del dubbio come strumento per arrivare alla verità, attualmente propaga ciò che è falso per poterlo fare senza dubbi. Del resto comporta minor sforzo affermare con certezza il falso che la verità con il beneficio del dubbio, ma ciò che state leggendo invece, come la fisica spiega la verità del funzionamento del mondo, si propone di spiegare funzione / funzionamento dell’umanità: un racconto di fisica sociale che comprenda sia l’aspetto emozionale che quello scientifico, uno sguardo dall’universo nella sua vastità in caduta verticale fino al microcosmo della singola persona, un sistema completo che, in quanto tale, contiene al suo interno i meccanismi per analizzarne il suo stesso funzionamento fino a comprendere la sua infondatezza. La necessità di un sistema di osservazione contemporanea, che unisca sociologia e letteratura, ma che anche sappia autoverificare la correttezza del suo funzionamento, si evidenzia analizzando la biografia di Auguste Comte, l’inventore stesso del termine fisica sociale e padre della sociologia. L’opera di Comte fu influenzata dal fatto che era basso e brutto, per cui cercò di vincere il suo sentimento di inferiorità edificando un sistema filosofico che avrebbe dovuto farlo accettare dalla società (leggi: dietro a qualsiasi cosa uno dica, c'è dietro qualcos'altro). In realtà fu accettato solo dall’unica donna che si innamorò di lui, Clotilde da Vaux, e bastò quell’unico breve amore per sconvolgerlo a tal punto da modificare il suo sistema tramutandolo in una sorta di religione protetta da una donna angelo, Clotilde appunto. La fisica sociale di Comte perde tutta la sua rilevanza per le deviazioni indotte dal fatto che uno sfigato perde la testa quando finalmente riesce a conquistare una donna, e ciò implicitamente conferma la necessità di una fisica sociale, considerando che alcuni tra gli eventi più importanti occorsi sulla Terra, dalla religione cattolica alla seconda guerra mondiale, sono stati causati dal desiderio di riscatto di sfigati.Ma è la condizione di tutti gli esseri umani lo sforzo continuo teso al riscatto dalla propria condizione, attraverso il raggiungimento di irrangiungibili desideri, la strategia della tensione che tende gli universi in espansione, il desiderio di trascendenza che muove tutto, dai piccoli uomini nella piccola terra ai big bang nelle vie lattee.
Ogni volta che ho visto una donna che mi piaceva, ho sempre cercato di conoscerla, ma soprattutto di farci l'amore. Amo le donne. Senza di loro me ne sarei già andato. Senza di loro non sarei mai più tornato. Spesso si vive come se fosse per sempre e ci si dimentica degli attimi. Il problema non è quanto aspetti, ma chi aspetti. È stata quella volta che scherzando mi ha detto che ero un erotomane romantico. Non so esattamente cosa volesse dire. Ho immaginato di essere uno che compra una rosa, ma poi cerca di infilarla nel sedere. La cosa importante è ciò che mi ha insegnato. Lei non era e non è il mio tesoro ma gli strumenti per trovarlo. Lei è il cartello che indica la strada. Tutto ciò che ho di lei è nella mia testa e nella mia anima. Per sempre. Lei è un respiro, un pensiero, un'emozione, è confusione e chiarezza. ... lei per me è sempre stata una casa con il tetto di vetro: posso osservare il cielo sentendomi al sicuro. Il biglietto aveva una parola cancellata. Ho continuato a guardare il foglio controluce per cercare di capire cosa avesse cancellato. Le cancellature per me diventano più interessanti di ciò che si legge. Perché non penso che siano stati errori di ortografia, ma un ripensamento su una confidenza troppo intima. "Che begli occhiali da sole che hai, Carlo". "Oh grazie". Non ho mai capito perché alcune persone ti ringraziano per un complimento fatto a qualcosa che possiedono. Mi verrebbe da dirgli:"Mica li hai disegnati tu, gli occhiali! Svegliaaaaaa!". Forse uno dei miei problemi è che non chiedo niente a nessuno, ma ho bisogno di tutti. A volte, mentre passeggio, mi viene voglia di andare in una libreria. Entrare e trascorrere del tempo, prendendo ogni tanto un libro in mano, mi rilassa. Mi fa stare bene. Mi fa sentire sempre un po' più intelligente e interessante di come sono realmente. La vita non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade... Io a volte scopro come la penso su di un argomento quando ne parlo. È parlandone che scopro la mia opinione, insieme a quelli che mi ascoltano. Ti ricorderò come il fidanzato che mi ha fatto ascoltare la musica migliore. E tu vuoi essere ricordata coma la migliore? "Quella con cui ti sei visto più bello. O come quella più sexy di tutte." In silenzio ho riflettuto su cosa mi piacesse di lei. A parte tutto le cose che già sapevo, fin dall'inizio ho intuito che lei mi avrebbe fatto sentire diverso. Sarei stato quello che volevo essere in quel momento della mia vita. Non c'è sempre una risposta a tutto. Magari sì, magari no. Magari tu non sei fatto per quel tipo di rapporto. Punto. Ci sono persone che non riescono a costruirsi un'armatura e altre che non riescono più a liberarsene. Io volevo riuscire a vivere questa nuova fase, fatta di fragilità, emozioni, dolore e gioia. Sentivo che mi leggeva dentro, e io avrei voluto essere più uomo con lei. Avrei voluto essere quell'abbraccio in cui desiderava perdersi. Protetta e libera di lasciarsi andare, perché tanto c'ero io a prendermi cura di lei, a difenderla dal freddo e dal male. Amo le labbra: le amo perche sono costrette a non toccarsi se vogliono dire "Ti odio" e obbligate a unirsi se vogliono dire "Ti amo". A volte i minuti non sono minuti, sono reincarnazioni di vite. Nell'attesa, sono già rinato mille volte. Ho percorso tutta la catena alimentare. Sono stato zanzara, armadillo, elefante… Chi non si ama può darsi a chiunque. Ci sono bellissime storie d'amore nel fondo delle borse, tra i pacchetti di sigarette e le chiavi; per questo a volte si fa fatica a trovarle, semplicemente perché tentano di nascondersi per poter rimanere lì. Comunque la felicità non è che sia fare sempre quello che si vuole, semmai è volere sempre quello che si fa… Dava l'idea di essere una donna che dona tutto, ma non regala niente. Era come se andando via in realtà avessi preso la rincorsa per tornare più vicino. Erano state le lacrime ad aprirmi la porta della sua vera intimità. "Fai conto di essere una maratoneta. Stai correndo con i tuoi amici e le tue amiche. A un certo punto capisci di avere una buona gamba, un bel passo, di poter andare più veloce, e allora decidi di seguire questa tua forza. Di convertirti al tuo talento. Dopo un po' che corri, ti accorgi di aver staccato il gruppo. Ti giri e ti scopri sola. Loro sono indietro, tutti insieme che ridono, e tu sei sola con te stessa. Siccome non riesci a reggere questa solitudine, rallenti finché il gruppo ti raggiunge e, negando il tuo talento, fingi di essere come loro. Rimani nel gruppo. Ma tu non sei così, non sei come loro. Infatti anche lì in mezzo ti senti comunque sola." Fai vedere al tuo sogno che veramente ci tieni a incontrarlo, senza pretendere che lui faccia tutta la strada da solo per arrivare fino a te, poi le cose accadono. I sogni hanno bisogno di sapere che siamo coraggiosi. Gli infelici valutano constantemente gli altri, criticano continuamente il loro comportamento e spesso su di loro sfogano il proprio personale malessere o fallimento. Ho letto da qualche parte che il vero motivo per cui si sono estinti i dinosauri è perché nessuno li accarezzava. Bisogna sperare che l'uomo non faccia lo stesso stupido errore con le donne. Il cammino si fa da soli: in 2 è una scampagnata. In qualsiasi momento della vita si può prendere in mano le redini e cambiare il proprio destino. L'amore per sé è il ponte necessario per arrivare all'altro. La cosa più fastidiosa quando mandi un messaggio a una persona a cui tieni è che dal momento dell'invio parte il conto dei minuti. Rispondi, rispondi, rispondi. Non ha risposto. Magari ha il telefono spento. Che faccio chiamo, faccio uno squillo per vedere se è acceso? E se poi è acceso? Messaggio più chiamata: divento pesante. Chiamo con anonimo. Solo che se faccio uno squillo e poi metto giù capisce che sono io che controllo. Lo capisce? Sì, lo capisce. A volte i minuti non sono solo minuti, sono reincarnazioni di vite. La prima cosa che due persone si offrono stando insieme dovrebbe essere un sentimento d'amore verso se stessi. Se non ti ami tu, perché dovrei amarti io? La prima volta che ci siamo frequentati non eravamo in grado di amarci. Eravamo come due persone che hanno tra le mani lo strumento che amano, ma non lo sanno suonare. Poi abbiamo imparato. Le cose non si vedono per ciò che sono ma per ciò che sei! L'odio appartiene ad attimi di impotenza. Mentre la sfioravo, sentivo sulla punta delle dita una forza misteriosa che mi attraeva verso di lei. Non avevo nulla, nemmeno i mobili, ma mi sentivo pieno. Arredato dentro! Non ci si può far niente, le persone che amano si finisce sempre per amarle. È una legge della natura. Ognuno di noi è fatto da tanti se stesso e non solamente da uno. Diciamo che siamo come un'assemblea condominiale composta da tante persone diverse. C'è quello più tollerante, c'è quello più permaloso, quello che si incazza subito, quello che parla poco e quello che non sta mai zitto. Pensare a se stessi non è egoismo. Egoismo semmai è occuparsi solo di se stessi. Voglio lasciarmi andare, voglio di più per me voglio buttarmi per cadere verso l'alto. Avevo capito che rinunciare a se stessi, non amarsi è come sbagliare a chiudere il primo bottone della camicia. Tutti gli altri poi sono sbagliati di conseguenza. Amarsi è l'unica certezza per riuscire ad amare davvero gli altri. Pare che i notai guadagnino molto perché hanno dovuto studiare parecchio. Sembra che quel parecchio sia a spese nostre. Forse pensano che, quando loro stavano studiando, noi eravamo in giro a non fare un cazzo. Che ne so?! Io non so nemmeno se esiste la felicità. Intendo dire come condizione perpetua. Credo che la felicità siano picchi che durano attimi, secondi. Flavia era come quei tulipani che compro per casa mia. Ho imparato a prenderli chiusi, così mi durano di più. Sono belli ugualmente, ma mi piacciono anche perché so come saranno quando si apriranno. Compro quella bellezza che ancora non si vede, ma che comunque si percepisce. Si conosce. Il mio lavoro mi rendeva uguale a tutti gli altri. Non mi permetteva di esprimermi. Ero sostituibile come un bullone di una macchina, e questo condizionava tutti i miei rapporti. Perché poi la sera, quando tornavo a casa, avevo voglia di stare con una persona che mi avesse scelto. Volevo essere SCEL-TO! Volevo una persona che voleva me. Una persona per la quale io non potevo essere sostituito da un giorno con l'altro. Una persona che mi facesse sentire speciale. Diverso da tutti. Un individuo. Una persona. Un principe azzurro. Mi sono seduto nella sala d'attesa. C'era una ragazza che sfogliava senza interesse una rivista. Mi piace stare in una stanza con una donna. Anche quando prendo il treno, se entro in uno scompartimento e ci trovo una donna sono più contento. E se non c'è continuo a cercare finché la trovo. Non è che poi le rivolgo la parola, o ci parlo, o ci provo per forza, anzi, ma mi piace che sia lì. Mi piace la loro compagnia anche se silenzio-sa e sconosciuta. Le donne sono belle da respirare. Nell'arco della vita puoi incontrare un sacco di persone e di qualcuna diventare veramente amico. Ma chi ha passato con te il periodo dell'adolescenza conserva un posto speciale. Forse più ancora dei compagni dell'infanzia. Prima di uscire ho apparecchiato la sua colazione. Sul sacchetto dei biscotti ho attaccato un post-it con la mia dichiarazione d'amore. Tu sei tutto ciò che prima non sono mai riuscito a dire, mai riuscito a vedere, fare, capire. Finalmente sei qui... ho aspettato tanto. Ci vediamo stasera. Ti ricordi quando mi hai chiesto se avevo le pastiglie per la felicità? La pastiglia è la vita. Vivi, buttati, apriti, ascoltati. Le tue paure, le tue ansie sono dovute al fatto che tu esisti ma non vivi. Sei castrato nei sentimenti. Sei bloccato. Ti ricordi quella frase di Oscar Wilde? Diceva che vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, e nulla più. Ero talmente felice che per esserlo di più avrei dovuto essere due persone. A Milano camminano più veloci che a Roma, ma non è ancora niente in confronto a Londra o New York. Diventeremo come loro? C'è chi cerca l'altra metà della mela, io sto cercando ancora la mia mezza. Sono uno spicchio di me stesso. Si parla sempre delle donne che fingono l'orgasmo. Anch'io a volte lo faccio. Io sono un uomo che finge l'orgasmo: cioè non è che fingo di venire, fingo il contrario. Molti credono che la fantasia serva solo per sfuggire alla realtà, mentre quasi sempre serve per capirla e interpretarla meglio. Rispetto alla fantasia la realtà cosa può fare? È un po' come quando vai a vedere il film del tuo libro preferito: una delusione. Paura d'amare: credo sia paura restare soli per paura di rimanere soli. Innamorarsi è una droga, amare è una medicina.
io credo che si debba comprendere tutto. non si puo' dire fabio volo = merda, si deve dire fabio volo = questo + questo + questo per cui = merda. ora, fabio volo e jovanotti affondano le loro radici in quella che si chiama rivoluzione sessuale. l'emancipazione della donna nella cattolicissima italia ha portato a sbarellare dall'altro lato, come capita sempre quando qualche minoranza è tenuta sotto il tappo troppo a lungo ingiustamente. fabio volo & jovanotti nascono entrambi come bei ragazzi, questa è la loro genesi. a seguire, gli sono stati dati dei contenuti, come vestiti: si pensi a cos'erano fabio volo jena e jovanotti gimme five agli inizi, mentre x esempio sgarbi o lucio dalla sono esattamente oggi quello che erano quando si sono affermati. quindi l'obiettivo di volo e jovanotti è titillare l'ego femminile, trasformare il rapporto di naturale scambio tra uomo e donna in un rapporto unilaterale in cui la donna solo prende & pretende, da un uomo che è sempre gentile ed è pure un gran figo e le caga sebbene loro siano culonacce. (sentire le telefonate di fv in trasmissione è illuminante: a lui piacciono tutte, come nelle canzoni di jovanotti, in cui lei è una donna che non esiste, cui lui dà il suo amore a prescindere, non dice mai "ti amo perchè...", per essere amate nelle canzoni di jovanotti è sufficiente esistere, cosa che non è affatto vera nella realtà). l'operazione letteraria di fabio volo è pertanto una declinazione di questi poveri concetti, un paulo coelho povero (se è possibile, e purtroppo lo è). certo, per una serata in pizzeria è un ottimo armamentario di attrezzi del mestiere, ma appunto da un libro ci si aspetterebbe di +. VA BENE, volo scrive questi libri, se non ti piacciono non li comprare, no? NO. perchè questa è arte degenere, e corrompe la società. saviano che scrive gomorra può piacere o non piacere, però alza il livello di guardia, può essere che magari nei giovani porti ad atteggiamenti meno omertosi, è già un grande risultato. Invece fabio volo / jovanotti sobillano nelle donne un atteggiamento per cui a loro è tutto dovuto, quindi ok essere culone, ok avere 40 anni, ok pretendere di comportarsi ancora come delle bambine. mentre la generazione dei 30enni di cui faccio parte annega tra precariato e scarsa natalità, fidanzati a casa dei genitori ecc., jovanotti e fabio volo invece di condannare la situazione se ne fanno cantori, drogano la realtà e la fanno apparire felice.
Tommaso Labranca, 78.08L’accumulo di informazioni è il vero dramma del diventare troppo adulti. Qualunque elemento, anche il più insignificante, esplode come un fuoco d’artificio progressivo, richiamando catene di cose simili e già viste. Tutto avviene in una unità di tempo talmente breve da non essere quantificabile, perché nel frattempo ho già dimenticato tutto. E perché il fiore pirotecnico, che è così bello quando si apre rapido e colorato nella mia mente, risulta sempre pasticciato e incomprensibile quando cerco di disegnarlo su un foglio, scintilla per scintilla.
lamento del tabaccaio
Stammi a sentire, da bambino ero un paggio. Tu non mi credi? Ero buono e cortese. Schiudi le orecchie, da bambino ero saggio, credevo in Dio, amavo il mio Paese. Guardami in faccia: ero serio e gentile. Rispettavo le piante, i gatti. Ero vile.
Da vecchio, sarò l'onta del quartiere. Da vecchio, tutte le voglio vedere. Da vecchio, solo le puttane e il bere.
Perché mi guardi? Da bambino ero bravo. Mi devi credere, ero savio e ubbidiente. Da bambino, perdio, mi ti mangiavo nello studio. Da bambino ero prudente. Tu ridi, stronzo? Ero ben pettinato, rispettavo le aiuole, i cani. Ero ordinato.
Da vecchio, sarò l'onta del quartiere. Da vecchio, solo le puttane e il bere. Da vecchio, darò via pure il sedere.
Ognuno cancella di sé le debolezze che riconosce, con l' astio dell' orfano, del povero, del calamitato, di chi è colpito dalla malattia. Teme l' assalto delle frane che non si attende, delle crepe che si possono aprire (si apriranno!) preparando l' interludio di una fine nella propria vita. La fine di un amore, la fine degli anni amati, la fine definitiva... E arranca dietro quella lotta di sutura, per rimuovere gli strappi certi, consolidati, per evitarne la suppurazione. E' una lotta senza dignità o bellezza, la lotta di acrobati fallimentari, che non si preoccupano più della bellezza dell' esercizio: cercano solo di arrivare alla sponda opposta sani e salvi.
la vita inconosciuta
Passa la vita, inconosciuta e ogni idea che ci si possa formare è sbagliata. Io sono quello che non sono Io vorrei essere quello che sono ma è impossibile essere quello che si è chi dice di esserlo per primo non lo è. Quanti sbagli ho fatto nella vita e in quel momento ero convinto di fare sempre la cosa più giusta, come chiunque altro in qualunque momento in ogni cosa che ha fatto. D’ora in poi non farò più sbagli adesso tutto mi è chiaro, come anche mi era nel passato, solo che allora mi ero sbagliato ma adesso sono nel giusto. Quante fantasie, quante idee che ho lasciato morire nel tramonto ma adesso vedo i colori d’ora in poi la mia convinzione sarà forza, sarà acciaio ecco io sarò un guerriero con un ultracuore palpitante sotto l’armatura le mie arterie cyberintrico di fili di ferro grondanti sangue senza che io senta dolore sopporterò tutto con la volontà ucciderò, e fortissimamente amerò sarò eternamente Io. E in questa iperconvinzione universale sottile la mia percezione di essere un coglione un satellite di minchiate alla deriva nello spazio siderale.
Amor di perdizione, Camilo Castelo Branco
Diciotto anni, quel rossore dorato e scarlatto del mattino della vita quelle grazie del cuore che ancora non sogna di frutti e si inebria del profumo de fiori, dell'amore di speranza di quell'età il passaggio dal seno della famiglia, dalle braccia della madre dai baci delle sorelle alle più dolci carezze della vergine che lieve gli si schiude accanto come fiore della stessa stagione e dallo stesso aroma e nella stessa ora della vita E bandito dalla patria, dall'amore, dalla famiglia mai più il cielo del Portogallo, né madre né un amico amò, si perdette e morì amando
Chi mai vide una vita amorosa e non la vide affogata nelle lacrime della sventura o del pentimento a quale oscurità mio Dio porta la dedizione al sentimento che un ragazzo perdette la libertà e la pace per amore di una donna, la creatura più plasmata dalle dolcezze della pietà che porta con sè dal cielo un riflesso della divina misericordia che ci diede la vita ma non di discernere quale fragile vetta di gioia si affaccia su un abisso di dolore amò, si perdette e morì amando
Nel 1846 sposa Joaquina Pereira che in breve lascia con una figlia conosce Isabel Candia, una suora, Maria do Adro morta tisica Patricia Emilia rapita e abbandonata con una bambina Ana Placiado, sposa di un uomo deciso da suo padre sarà la sua amante e per il reato di di adulterio segregata nelle carceri Camillo si consegna alla giustizia e finisce nella stessa prigione quando vengono liberati, hanno due figli, uno demente, l'altro vagabondo oppresso dalle difficoltà economiche si consuma in una sfrenata attività letteraria diventato cieco si uccide con un colpo di pistola amò, si perdette e morì amando
traffic 2007 giorno 4
Ciao. Ve lo dico ora che magari state ancora dormendo. Sarete andati a letto mentre io già facevo colazione in una deserta Breakfast Room d’albergo, approfittando di quell’ora metafisica per prelevare dal buffet e intascare parecchie monoconfezioni di marmellata ai mirtilli. Vi sarete coricati dopo aver visto il sole levarsi sui Murazzi, soddisfatti della performance di Violante Placido come dj. D’altronde, anche un’obesa Wanna Marchi vendeva dimagranti. Viviamo l’era della non-specializzazione. Vi dico ora ciao, tramite quest’ultima pagina di diario elettronico. A qualcuno ho detto ciao e anche grazie per sms. Perché sono un debole e detesto vedere le cose finire.
“Il momento della giornata che preferisco è il crepuscolo”, disse una volta Battiato in una intervista. Anche per me è così e non solo quando si tratta di momenti della giornata, ma in ogni caso. Il crepuscolo è quel momento in cui sai che qualcosa sta per finire, ma non si è ancora spento del tutto. Il crepusolo ha la malinconia della fine, ma non la sua tragicità. Il crepuscolo del film è la colonna sonora che inizia a crescere d’intensità, ma non ancora i suoi titoli di coda. E’ andarsene prima del caffè. Allora, proprio per evitare gli abbracci e i brindisi, gli smontaggi e i titoli di coda sono andato via appena annusato il crepuscolo del concerto di Battiato. Stavano levandosi le ovazioni per l’ultimo pezzo con i Subsonica che io già scappavo dall’uscita segreta in fondo al recinto per i backstagisti. Ho attraversato rapidamente il parco della Pellerina, passando per l’ultima volta lungo il Viale del Colesterolo. Quel Boulevard dei Grassi Idrogenati segnato da un unico infinito bazar del panino alla porchetta in grado di segnarti due volte: rivestendoti le arterie di micidiali LDL e patinandoti gli abiti di un aroma d’accampamento unno difficile da mandare via. Ma ieri sera c’erano anche le polveri sottili della malinconia che si depositavano su di me insieme all’acidità del fritto.
Sono salito sulla navetta che mi avrebbe riportato in città ed ero infelice al 75 percento. Per la prima volta avevo visto Franco Battiato dal vivo. Mai successo prima nei venticinque anni da cui lo seguo in tutte le sue fasi: la pop, la sgalambrica, la sperimentale che per me resta la più entusiasmante. Conservo i suoi otto dischi incisi tra il 72 e il 78 a fianco dei cinque dischi bianchi di Battisti-Panella perché insieme mi hanno fatto perdere tante amicizie. Ieri sera Battiato non ha negato nulla e grazie ai Subsonica c’è stato anche l’omaggio alla stagione 72-78, con “Fetus”. Senza alcun finto pudore artistico Battiato ha eseguito anche brani fin troppo ascoltati, come “Le stagioni dell’amore”, che per me resta la sua canzone più bella, con suoni come i raggi di sole al tramonto che colorano le nuvole. O i pezzi de “La voce del padrone”. Lui che potrebbe permettersi di snobbare il pubblico eseguendo composizioni wagneriane con cori russi, si è messo a cantare di palome e centri di gravità permanenti. Perché mi meraviglio di questo? Perché ricorderò sempre di aver assistito nel 1999 a uno dei primi showcase dei Verdena, dei quasi-Nirvana di origine camuna, tipici figli di quella emulativa musica finto-rock la new italiana il free jazz punk inglese. Avevano un repertorio di sette pezzi a dir tanto. E solo alla fine, quasi minacciati dallo scarso pubblico, il cantante annunciò con disprezzo che si sentivano costretti a eseguire Valvonauta, la loro unica e anche abbastanza limitata hit, uscita solo un mese prima. Ah l’umiltà degli artisti!
Quando arriva la fine cerchi di non fare bilanci, ma non riesci a non pensare a quanta fatica si spreca nel cercare i suoni, creare arrangiamenti, sondare filosofie e inventare nomi. Cosa arriva al pubblico? Seduto davanti a me sulla navetta c’era un trentenne con una sbiadita maglietta De Puta Madre portata senza alcuna vergogna per il tragico ritardo rispetto ai crudeli tempi delle mode. Chiamava un amico nella Locride con un Nokia ormai di valore archeologico e cover dai disegni tribali scrostati. “Sono a Torino, a un concerto. C’erano i Subbesonica!” Era felice nel dirlo, così come sarà stato felice nell’ascoltarli. Noi lì a posare da intellettuali e artisti, a interrogarci per quattro giorni su Berlino e lui, estraneo a tutto, racchiudeva la sua gioia esplosiva in quell’epitesi che nei dialetti meridionali evita le terminazioni ossitone dei monosillabi e crea strani incroci tra un Subbuteo e una band torinese. Io sulla navetta a pensare alla tristezza della fine e lui che ogni giorno conosce solo gli inizi di piccole felicità scoppiettanti.
Allora ho deciso che avrei fatto terminare questa breve avventura torinese qualche ora prima di quel momento, in un’isola della giornata in cui ero stato felice. Ho abbassato lo sguardo sul mio orologio, una riproduzione del monoscopio televisivo che desta invidia in chi lo vede. Era mezzanotte e mezzo. Ho iniziato a far ruotare la corona per riportare indietro le lancette. Ecco le ventitré: mi sposto perché una petulante spettatrice si lamenta con il suo abbronzato accompagnatore di come il pubblico non reagisca con entusiasmo alla musica e inizia a urlare con voce stridula. Ecco le ventidue e trenta: l’inizio del concerto di Battiato. Sono davanti al suo camerino, in attesa che mi intervistino per un documentario su Traffic e lui passa a pochi metri da me e c’è Sgalambro che sulla porta guarda fuori il cielo come l’omino nelle vecchie casette segnatempo. Ecco le ventuno e quarantacinque: sul palco ci sono Anthony and the Johnson, un act forse troppo delicato per una situazione di massa come il festival, ma comunque suggestivo. Ecco le diciannove. E’ l’ora dell’imbarazzante performance di Meg ai Giardini Reali nel tardo pomeriggio. Un successo su tutti i fronti per Meg: impegnata doppiamente come lettrice di testi di Saviano e cantante, non è riuscita a far bene nessuna delle due cose. Serve talento anche in questo. Ecco le diciassette. Sono in via Garibaldi e torno a passo spedito in albergo. Ero uscito poco prima per andare a visitare qualche libreria antiquaria di via Po attratto dai volumi con xilografie seicentesche che non potrò mai permettermi. Mi sono poi fermato a uno dei banchetti che vendono volumi usati perché in uno scatolone seminascosto c’erano due vecchi Classici di Walt Disney e il numero 696 di Topolino del 30 marzo 1969. Li ho comperati per cinque euro. Per questo sto camminando di corsa. Voglio tornare al più presto in albergo, spegnere il telefono, starmene da solo. Non condivere con nessuno questa mia piccola gioia inutile. Non pensare al giorno che finisce. Prendere l’ultima albicocca rimasta nel frigobar. Mettermi sul letto. Lasciarmi avvolgere dal flusso malefico dell’aria condizionata a 18 gradi. Non pensare a Traffic che finisce. Perdermi nella lettura del numero 696 di Topolino. Tornare a un pomeriggio del marzo 1969. Non pensare alle cose che finiscono. Tornare a quando “tutto-questo” doveva ancora cominciare. Mercoledì scorso o 38 anni fa, non ha importanza.
Eu não sou eu nem sou o outro, Sou qualquer coisa de intermédio: Pilar da ponte de tédio Que vai de mim para o Outro.
Io non sono io e neppure l'altro sono qualcosa di intermedio: pilastro del ponte della noia che da me va verso l'Altro.
Gli unici due numeri di Orpheu vennero pubblicati 91 anni fa. Io li ho comprati 2 anni fa, e anche oggi aprendone le pagine travolge sempre presente la vertigine futurista che univa Fernando Pessoa, Mario de Sá-Carneiro e Guilherme de Santa-Rita, i tre fondatori.
Mi prende a poco a poco il delirio delle cose marittime, mi penetrano fisicamente il molo e la sua atmosfera, lo sciabordare del Tago mi assale i sensi, e comincio a sognare, comincio ad avvolgermi nel sogno delle acque, le cinghie di trasmissione cominciano a farmi presa sull’anima e l’accelerazione del volano mi scuote nettamente. Mi chiamano le acque, mi chiamano i mari. Mi chiamano, levando una voce corporea, le lontananze, sono tutte le epoche marittime sentite nel passato, che chiamano. All’improvviso qualcuno agita come in uno staccio quest’ora doppia e, mescolata, la polvere delle due realtà cade sulle mie mani piene di disegni di porti con grandi velieri che partono e non pensano a tornare.
giulia studentessa modello sul terrazzo in via monti le chiama puttane.
ma scopa come loro.
sui divani del william’s lacrime e lingue bagnano come all’uscita del san carlo.
16
diciott’anni a novembre.
due cognomi ingombranti una retta alle suore la pillola il cuba.
sulla porta occhi bassi temo ogni volta non vogliano entrare.
ma a letto i tuoi sguardi consapevoli pieni crudamente immorali ingoiano ansie pudore divieti ridono dei padri delle leggi e di dio.
innocente e perversa le regole cambiano quando apri le gambe
Come diceva Rossana Campo, la maggior parte della gente quando si mette a scrivere sta in posa. E poi ci sono i poeti, quelli veri, che quando scrivono descrivono la realtà, rendendola semplice ai nostri occhi come solo è la verità una volta che è disvelata; ecco, questo pensavo e penso quando leggo il blog di DO NOT.
E-BLOG: Nelle tue poesie, con pochi versi sai tratteggiare la realtà milanese meglio di chi Milano la vive da sempre. Il dono di questo sguardo sembrerebbe derivare dal non essere nato e cresciuto a Milano. Raccontaci di te. DO NOT: gotcha. vivo a milano da una decina d’anni, quando son venuto a studiare qui. guardare un posto con gli occhi di chi ne ha già vissuti anche altri aiuta senz’altro a vederlo in modo più chiaro, mi fido poco dell’opinione che non venga dal confronto. ma non credo sia questo il punto. un ritratto lucido di questa città può farlo qualsiasi milanese che abbia viaggiato un po’, non è indispensabile esserci arrivati a diciott’anni. no, la differenza credo stia soprattutto nel fatto che io milano me la son scelta, al contrario di tanti che qualcun altro ha deciso di partorire qui. e per scegliere devi prima valutare, analizzare. quindi conoscere. e magari innamorarti un po’. è più facile fare il ritratto ad una che ti piace. che faccio nella vita. mi verrebbe da dirti che cerco di far tutto quello che mi fa star bene, provando finchè è possibile a non far star male gli altri. ma non credo la domanda alludesse alla mia etica. né credo tu voglia un autoritratto, dipingere allo specchio mi viene male. finirei per far finta di dirti chi sono, raccontandoti come mi sembro e cosa voglio essere. facciamo che resto sui dati da cv. asciutti, poco imbarazzanti e facili sia da scrivere che da leggere. se non contano niente lo decideremo dopo. bene, ora è più chiaro. oggi sono prof a contratto in un ateneo milanese. credo la mia età sia intuibile da quanto ho già detto prima, ma a scanso di equivoci non ho ancora trent’anni. ok, ci manca poco. ma non ce li ho ancora. mi occupo principalmente di finanza. oltre all’attività di ricerca e didattica in università e master, più tipica della carriera accademica, faccio molta consulenza. lo so, non c’entra nulla con quello che scrivo. almeno a prima vista. ma se uno ci pensa un po’, arte e finanza non sono poi così lontane. c’è una gran poesia nei soldi. una quindicina di anni fa non avrei mai previsto di ritrovarmi dove sono adesso. ho una maturità classica e da sempre la cosa che mi è riuscita meglio, a parte mettere nei casini me e chi mi gira intorno, è stata scrivere. ma se a vent’anni ti piacciono le cose facili c’è qualcosa che non va. e così l’ultimo giorno utile per l’iscrizione all’uni scelsi ingegneria. gestionale,per l’esattezza. contrariamente a quello che pensa di solito chi mi ha conosciuto da cinque minuti, ho alle spalle una carriera scolastica da primo della classe. pagella d’oro al liceo, laurea e dottorato col massimo dei voti. il tutto nei tempi minimi. è vero, non doveva essere un’autocelebrazione. ma è solo per dire che uno che si diverte a scrivere non sempre deve vivere fuori dal mondo. e poi è un cv, no? a questo punto dovrei dirti che tutto quello che so però non me l’hanno insegnato a scuola, che le cose che contano si imparano fuori, e che in quello che scrivo il mio percorso di studi non c’entra nulla. che in qualche modo è vero. ma non del tutto. aver convissuto cinque anni con lirici greci e antologie del neorealismo italiano, per poi farne altri cinque con i matroidi n-dimensionali e la teoria di modigliani-miller credo non sia stato inutile. alla fine parlano tutti delle stesse cose, guardandole da punti di vista magari distanti e provando a raccontarle in lingue un po’ diverse. e come già sai, mi piace farmi un’opinione che venga dal confronto. alla mia formazione classica devo senz’altro la passione per la comunicazione, la capacità di intuire senza la necessità di formalizzare, il coraggio di essere approssimativo quando una foto sfocata è più bella di una messa a fuoco. e quello che è venuto dopo? mi ha impedito di derivare. mi ha tenuto con i piedi per terra. vorrei dire altro, solo che non voglio annoiarti. non è vero, in realtà sto pensando che ho già detto troppo. e poi son curioso di leggere la seconda domanda.
E-BLOG: L'arte di dire fingendo di non voler dire e viceversa... La seconda domanda è su due cognomi ingombranti , un verso che è stato definito come il più significativo della poesia italiana degli ultimi dieci anni, ovvero poetica italiana degli ultimi dieci anni, per bellezza stilistica e capacità di descrivere una classe sociale, le sue ansie e le sue aspirazioni. Ti proponi di descrivere un disagio dal di dentro, oppure il tuo obiettivo è di essere un osservatore esterno che compie un ritratto di un periodo alla stregua di quello che fece Parini con la nobiltà milanese? Quanto è autobiografica la vita che descrivi nei tuoi racconti e quanto è esercizio stilistico? DO NOT: grazie. certamente è un’esagerazione. quindi grazie di nuovo. in realtà so molto poco della produzione poetica negli ultimi dieci anni, sia italiana che estera. ho sempre letto prevalentemente prosa, narrativa in particolare. e negli ultimi anni sempre meno anche di quella. non è una cosa di cui vado fiero. ma nemmeno me ne vergogno. ho “smesso” di leggere e basta, come si smette di fumare o di andare a trovare una vecchia zia. arriva un giorno in cui ti stanchi di leggere storie di altri scritte da altri. e cominci a scrivere la tua. ma intanto devi anche continuare a viverla, e il tempo non è tanto. se sei un lettore appassionato, questo forse ti deluderà. pazienza, sono abituato a deludere. e per non perdere l’abitudine, rincaro subito la dose. non c’è denuncia sociale in quello che scrivo. non perché non attribuisca alla comunicazione letteraria, ed artistica in genere, una funzione sociale. ce l’ha, e non sta a me dire che è essenziale. ma in ciò che scrivo io, almeno nelle mie intenzioni mentre scrivo, qualsiasi dimensione sociale – o più in generale qualsiasi astrazione a CATEGORIE – è del tutto assente. io parlo di individui e della loro singolarità. qualsiasi metafisica di questo individuo è un’astrazione che non mi riguarda. non me ne vogliano la critica marxista o i fan dell’engagement. non mi reputo un disimpegnato, ma non mi impegno quando scrivo. o almeno, quello che so è che oggi è così. e non credo di ritrarre un disagio. magari c’è, nei personaggi che descrivo. ma francamente me ne frego. se giulia è una perbenista complessata che non sa conciliare quello che le han detto mamma, papà e catechismo con la voglia di farsi sfondare da uno che appena conosce, per me sono e restano affari suoi. mi sta bene essere quel semisconosciuto che se la scopa, e pace così. questo non vuol dire che io la guardi da lontano. che la osservi “dall’esterno”, per citare le tue parole. non racconterei mai la realtà guardandola da fuori. ai profeti io non ci credo. e soprattutto non voglio essere uno di loro. i profeti hanno la barba lunga e i capelli sporchi, si vestono di merda e mangiano male. sono quelli che non hanno trovato un posto nel sistema, per incapacità o pigrizia. e allora predicano controcorrente. ora, non son qui a raccontare di un mondo perfetto, in cui tutto va come l’ho sempre sognato. ma sto mondo è così, è tutto quello che c’è, e non ho la minima intenzione di perder tempo cercando di rifarlo da capo. piuttosto provo a prenderne il meglio, magari cambiando quel poco che si può cambiare. ma da dentro, su questo non ho dubbi. autobiografico o meno. se esistono scrittori non autobiografici, io non li conosco. credo che anche chi scrive libri di ricette a modo suo lo sia. non possiamo raccontare nulla se non ciò di cui abbiamo esperienza e di niente ne abbiamo se non della nostra vita. lo so, lo so. non erano ste menate che volevi sentire. tu vuoi sapere se le storie son vere. caro edoardo, io ho pochissima fantasia. sono un discreto traduttore di quello che mi succede, ma non so fare molto di più.
E-BLOG: Un altro bellissimo momento poetico è quando descrivi le lacrime all’uscita dal San Carlo, che mi ha ricordato Proust e i quadri che ritraggono l’uscita dal liceo Condorcet. Una trasposizione voluta per far risaltare la continuità tra due borghesie? Quale significato attribuisci, nella tua poetica, alla ripresa di luoghi, come il San Carlo, che costituiscono un caposaldo dell’immaginario collettivo? DO NOT: se ti ho ringraziato per il commento sul mio verso, al paragone proustiano devo fare molto di più. proust è senz’altro l’autore che preferisco, senza limitazioni di genere ed epoca, e la recherche l’opera più completa tra quelle che abbia letto. riletto, anzi. dato che quei sette libri sono gli unici – eccezion fatta per il tonio di mann, che abbia letto due volte. mi ha sempre sorpreso come una persona sicuramente molto diversa di me, non solo per lontananza nel tempo ma anche per distanza caratteriale, abbia potuto dire tutto quello che penso dicendolo meglio di come potrei fare io. per giunta in un’opera unica. in qualche modo la cosa mi infastidisce. si, direi che marcel proust è l’unico “mito” che ho, se di mito si può parlare. uno che ha avuto la capacità di dire davvero tutto, e il buon gusto di dirlo una volta sola. non c’è però richiamo volontario a lui, in quelle immagini che citi. sicuramente può essere un’associazione inconsapevole, che anzi mi fa piacere tu mi abbia fatto notare. è vero, qui la “categoria” sembra emergere. ma è puro espediente mediatico, non elemento promotore. credo che la comunicazione, non solo letteraria, si riconosca in due momenti logici essenziali. c’è una prima fase (il)logica di pura generazione del messaggio, che è paradossalmente in potenza largamente indipendente dal destinatario, e perfino dall’effettiva esistenza di esso. è la fase iniziale di esternazione, di produzione del messaggio per la pura esigenza di concretizzazione di un’idea/stato emotivo. una prima forma (impropria) di comunicazione può arrestarsi qui, un po’ come il diario segreto della ragazzina e le lettere che scriviamo sapendo già che non le spediremo mai. la seconda fase è quella di delivery al destinatario, in cui il messaggio assume anche la forma ed i moduli espressivi più coerenti con le caratteristiche del ricevente. beh, ovviamente se voglio farglielo capire, il messaggio! ecco. il ricorso al topos radicato nell’immaginario collettivo è l’espediente mediatico che consente nel destinatario l’associazione immediata e sintetica tra l’individuo o il particolare - che è elemento fondante e generatore del messaggio – e un archetipo generale a lui ben noto, quindi facilmente raffigurabile senza passare per descrizioni a mio avviso anti-liriche. ma la “categoria” non è mai elemento generatore dell’esigenza comunicativa, né centro del messaggio. interviene nella fase di confezionamento, quando il prodotto essenziale deve arricchirsi di un’interfaccia per divenire fruibile da un mercato target con determinati filtri interpretativi. ok, sono diventato l’esegeta di me stesso e questo mi fa orrore. d’altronde sono troppo egocentrico per non approfittare di domande simili. ma andiamo avanti.
E-BLOG: Che locali frequenti per trarre ispirazione (ristoranti, bar, discoteche)? DO NOT: la mia vita sociale è tutto sommato molto, molto ordinaria. non frequento salotti letterari, tanto per cominciare. nulla mi annoierebbe di più di una serata con tre o quattro scribacchini foruncolosi e un paio di racchie che vanno in estasi per due versi scritti male. se non si era capito ancora, non sono per le (presunte/sedicenti) elite culturali. o meglio, che le facciano pure. ma non mi invitino alle loro serate. ci si lamenta spesso che la poesia non venda. ma cosa vogliamo che abbia mai da dire al mondo là fuori uno che quel mondo non lo vive? non mi piace ricalcare luoghi comuni, ma il prototipo del poeta resta uno sfigato con seri problemi di integrazione, che nel migliore dei casi scrive per la minoranza dei suoi simili, bofonchiando ora inutili lamentele ora versi rabbiosamente impotenti contro il “sistema”. un altro profeta, insomma. completamente fuori mercato. ora, non vorrei si pensasse che io non apprezzi le voci fuori dal coro. mi sta bene chi ha il coraggio della diversità. ma prima di criticare una realtà devi averne esperienza e si può sputare su qualcosa solo dopo essere stati capaci di ottenerlo. la mia vita sociale è molto, molto ordinaria. vivo in mezzo a persone che alla sera, anziché aver voglia di scrivere, vanno a ballare o si guardano un bel film. e non è nemmeno cinema indipendente che in libreria ci entrano poco e di solito per fare un regalo. magari un ken follett, certo non proust. i posti che frequento sono snobbati dagli illuminati intellettuali, che si limitano il giorno dopo ad informarsi, con ingorda malsana avidità di particolari, su chi c’era o non c’era alla tal serata. vivo in mezzo a persone “normali”, insomma. le stesse che qualcuno definirebbe banali. senza sapere che banalità è solo la distanza a cui teniamo gli altri, che non ci permette di vederne i particolari. d’altronde io la adoro, la banalità. per molti è un difficile punto di partenza, da cui cercare di migliorarsi per riuscire a sentirsi “speciali”. per me è un punto di arrivo, il risultato di un lungo lavoro di “semplificazione”, il ritrovare in una dimensione diversa e complementare alla mia – socialmente banalizzante, se vuoi - l’antidoto all’ipersensibilità della poesia e la ricetta di una sana, serena “normalità”. E-BLOG: L’analisi della realtà sociale milanese che porti avanti attraverso la contestualizzazione dei soggetti nell’ambiente ti accomuna, seppur per percorsi molto diversi, al gruppo di scrittori del deboscio. Cosa ne pensi di loro e più in generale della scena letteraria milanese? DO NOT: come dicevo anche prima, della scena letteraria milanese so ben poco. né mi interessa particolarmente conoscerla meglio. questo non vuol dire che non mi farebbe piacere far quattro chiacchiere con qualcuno che vive nella mia stessa città e che come me ogni tanto si mette a scrivere. ma ci parlerei come parlo con la prima tipa conosciuta al bancone di un locale, o con un amico di un amico presentatomi per caso ad un aperitivo. nulla gli aggiungerebbe il fatto di scrivere. quello che mi arricchisce è innanzitutto interagire con persone diverse da me. il caso deboscio è interessante. ma lo vedo più come un buon case study di marketing che come un fenomeno letterario. non che le due cose debbano essere poi drammaticamente diverse, certo. in ogni modo tra me e loro sono più le differenze che i tratti comuni. e per questo, naturalmente, mi piacciono. nel loro caso credo tutto sia partito da una business idea, brutalmente sintetizzabile in “vogliamo vendere le magliette”. l’aver messo su una teoretica ed etica del debosciato fa parte della semantica del prodotto, lo arricchisce di intangibles che ne potenziano il significato simbolico e – soprattutto – il controvalore in quanto output vendibile. anche il libro penso sia un’idea venuta dopo. sia chiaro, non c’è alcun giudizio di merito nella mia constatazione. non attribuisco accezione negativa ai concetti di commercializzazione e commerciabilità. apprezzo al contrario l’imprenditorialità in quanto capacità creativa – e quindi in qualche modo artistica – applicata al sistema reale. del resto commercializzare idee implica dover stare sul mercato. e se non altro questo impedisce di cadere nella trappola autoreferenziale del profeta che vive fuori dal sistema.
E-BLOG: Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Intendi pubblicare libri delle tue opere? DO NOT: l’idea di pubblicare qualcosa mi è già venuta un paio di volte. se non l’ho ancora fatto, ci sono almeno un paio di ragioni. tanto per cominciare ho sempre ritenuto una dimensione pubblica come “scrittore” – in particolare di quello che scrivo io – poco compatibile con il lavoro che faccio. in secondo luogo, mi è sempre mancata una spinta essenziale, quella dei soldi. chi punta sulla propria produzione letteraria per campare, ha naturalmente la pubblicazione come obiettivo primario. ovvio, altrimenti non mangia. io ho la fortuna di avere un lavoro ben pagato, quindi l’incentivo economico nel mio caso non scatta. piuttosto quello che a volte mi manca è il tempo, l’unica risorsa davvero non rinnovabile. e prendermi altri sbattimenti è l’ultima cosa di cui abbia voglia. certo, la pubblicazione è comunque un punto di arrivo. e sapere che ciò che scrivo è gradito da chi lo legge non mi lascerebbe tutto sommato indifferente. boh, vedremo come andrà a finire. per il futuro, non è che faccia grandi programmi. ma credo di saper bene quello che voglio, in termini di obiettivi essenziali. questo si. non sono un fan dell’accurata pianificazione operativa e non ne sarei capace nemmeno volendo. mi piace aver ben chiaro dove voglio arrivare, senza saper bene oggi cosa fare domani per arrivarci. oggi ho quasi trent’anni, abbastanza cazzate fatte e di cui essere orgoglioso alle spalle e la consapevolezza di aver ottenuto molte delle cose che ho voluto. oltre alla certezza che molte altre ne vorrò in futuro.
Aldo Nove la prima volta a Milano, bambino, a vedere la Fiera, l'incanto di una macchina mondiale che sforna meraviglie che non smettono di migliorare, quando sembrava che tutto sarebbe stato più bello per sempre.
I due grattacieli di Piazza Piemonte, progettati a quattro mani da due studi differenti, come le danze ungheresi di Brahms eseguite dal duo Moneta-Rota, nella città punto di "memoria", capo saldo volumetrico, coronamento dell'asse di via Buonarroti.
Ciò che pretende di essere nuovo è già vecchio ->il giovane amore è già cadavere-> scapigliatura -> maniera <- scheletro ferro e vetro <- architettura <- up-to-date <- out-of-time.
Lo scopo della vita è mancato. Sono le due del pomeriggio. Il Padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata ed è rimasto sulla porta. Lui morirà e lascerà l'insegna. A un certo momento morirà anche l'insegna, dopo un po' morirà la strada dov'era stata l'insegna. Morirà poi il pianeta ruotante in cui è avvenuto tutto questo. In altri satelliti di altri sistemi, qualcosa di simile alla gente. Continuerà a vivere sotto cose simili a insegne. Allora non c'era più niente, ho messo la tutina della Chicco e sono uscito nel nulla più assoluto.
Michel Houellebecq, la letteraturaCome il liberalismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberalismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l'amore ogni giorno; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l'amore con decine di donne; altri con nessuna. E' ciò che viene chiamato "legge del mercato". In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l'adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo. In situazione economica perfettamente liberale, c'è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c'è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l'estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine.
Estensione del dominio della lotta è il primo romanzo scritto da Michel Houellebecq, dove viene esposto l’argomento che poi tornerà in tutti i suoi altri libri, la consapevolezza dell’infelicità del genere umano come dato di fatto strutturale evidenziato dalla scienza, un pessimismo cosmico con un’unica via di uscita apparente costituita dal sesso. Ma come la fisica sociale di Comte delinea il metodo per comprendere la vita e quindi ci impone di analizzare la vita stessa dell’autore per comprenderne il metodo, e come le ragioni del pessimismo cosmico di Leopardi erano tutte contenute nel microcosmo della sua vita, si consideri che Michel Levy, nato il 26 febbraio 1958, venne affidato all’età di 6 anni alla nonna paterna (da cui prese il cognome come pseudonimo) in quanto i genitori si disinteressavano della sua esistenza. Nel 1978 muore la nonna, nel 1980 ottiene la laurea in agraria e sposa la sorella di un suo collega; comincia allora per lui un periodo di disoccupazione. Nel 1981 nasce suo figlio Etienne, e divorzia; una depressione lo conduce spesso in clinica psichiatrica. Nel 1991 entra all’Assemblea Nazionale come segretario amministrativo e pubblica il suo Metodo per restare vivi e una raccolta di poesie. Nel 1994 pubblica Estensione del dominio della lotta, nel 1999 le Particelle Elementari, nel 2000 Piattaforma. In Estensione del dominio della lotta definisce la sessualità un sistema di gerarchia sociale (per cui il lavoro e l’amore hanno le stesse dinamiche), descrivendo gli effetti della liberalizzazione del mercato del sesso in occidente a seguito dell'emancipazione femminile, con conseguenze descritte poi in Piattaforma dei viaggi turistici a scopo sessuale, in cui l’uomo per superare la condizione di liberalismo vigente in occidente che lo esclude dall’accoppiamento deve andare laddove il semplice potere economico è uno strumento di riequilibrazione dei partner (si pensi all’apartheid che permetteva ai boeri di sopravvivere in Sudafrica, o al fatto che nella concezione comunista la famiglia costituisse una cella di società, per cui le donne dell’est europeo si ritrovano divorziate a 25 anni con figli, perchè sempre vincolate prioritariamente alla ricerca di un compagno, mentre le occidentali emancipate dall’apartheid e senza vincoli matrimoniali, possono permettersi di scegliere). Ma come l’universo di Leopardi era Leopardi stesso, e il concetto di cosmo di ogni uomo si ferma alla punta del proprio naso, la letteratura di Houellebecq come tutte le letterature è la discarica dei propri malesseri (1), il letterato pietrifica le proprie sconfitte nella pagina e ne fa un monumento per richiamare attenzione, perchè più o meno inconsciamente spera che così riuscirà ad ottenere ciò che desidera, sotto forma d’amore (volontà di piacere)(2), prestigio sociale (volontà di potere), riconoscimento per continuare a vivere scrivendo (volontà di senso).
Se uno è contento non ci pensa minimamente a mettersi a scrivere, perché la letteratura è fondamentalmente lagnarsi di qualcosa attraverso delle alterazioni simulate del paesaggio esterno. Matteo Galiazzo
Alla base della letteratura, come di ogni attività umana, vi è la teoria delle èlites per cui ogni sforzo è volto a far parte dei principi dominanti, o a spodestarli per sostinuirli con nuovi, più favorevoli alla propria condizione: la letteratura di Houellebecq, basata sulla Verità, aveva una funzione di rottura (la verità è scandalosa, ma senza, non c'è nulla che abbia valore; man mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta), mentre ora che il break è diventato even, e gli ha permesso di entrare a far parte della èlite dominante, è evidente la perdita di valore di ciò che scrive (mediandosi le idee, traboccanti in ogni esordiente e poi sempre quelle, al mestiere, crescente nel tempo).
(1) Il rapporto conflittuale di Cesare Pavese con le donne nasce dalla sua educazione a contatto con molte donne e senza padre, e dai suoi problemi di impotenza. Nella letteratura Pavese costruisce un rapporto con il mondo, disegna amori (La luna e i falò), spiega la malattia (Il mestiere di vivere, titolo non dissimile dal Metodo per restare vivi di Houellebecq), sogna una via d’uscita (le sceneggiature per Constance Dowling, l’attrice di cui si era innamorato), ma nel suo caso il problema fisico è insormontabile, e proprio quando la letteratura lo ha reso ricco, famoso, idoneo ad essere amato, ecco che gli è finalmente evidente che nemmeno la letteratura può risolvere il problema strutturale, per cui si uccide.
(2) Come Comte, come Pavese, Alberto Moravia, tra le ragioni per cui scrivere, avrà potuto annoverare quella di soddisfare le sue perversioni sessuali, tra cui pisciare sulle mani a Dacia Maraini (volontà di piacere). Invece Dacia Maraini, come in seguito Carmen Llera, si faceva pisciare sulle mani per poter iniziare a scrivere (volontà di potere), e vivere non di pisciate sulle mani ma dei propri libri, in cui appunto racconta di quando Moravia le pisciava sulle mani (volontà di senso).
La verità non viene nuda al mondo, ma per segni e simboli. L'esistenza è un gioco a somma zero, dove alla fine gioie e dispiaceri si elidono a vicenda e tutto viene reso alla natura insieme all' acqua e al carbonio. Nel serbatoio dell auto, la metamorfosi di antichi esseri viventi: fiori, piante, animali.
Perchè si scrive, cosa si scrive, perchè (si deve) smettere di scrivere. Intervistare Matteo Galiazzo è il punto + alto che potesse raggiungere questo blog, per questo lo ringrazio per aver risposto alle mie domande. Soundtrack: Perturbazione, fake B movie star
Matteo Galiazzo è nato nel 1970 a Padova, ma da sempre vive a Genova, dove lavora come informatico. Nel 1992 entra a far parte del Maltese Narrazioni. Nel 1996 partecipa alle antologie Gioventù cannibale (Einaudi, 1996) e Anticorpi (Einaudi 1997). Nel 1997 pubblica la raccolta di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte(Einaudi) . Nel 1999 esce il romanzo Cargo (Einaudi). Nel gennaio del 2002 esce il romanzo Il Mondo è posteggiato in discesa (Einaudi). A maggio del 2003 esce sul numero 32 del Maltese Narrazioni il racconto La casa in Vico Gattagà. Poi, più niente.
DEZERTO: Cosa stai facendo?
MATTEO GALIAZZO: Forse vuoi sapere se scrivo ancora narrativa, no, non scrivo più da due o tre anni. Non scrivo più per vari motivi, li avevo anche spiegati sul forum del Maltese, vediamo se me li ricordo. In sostanza il motivo credo che fosse che ero contento così com'ero, mi avevano pubblicato e quindi non avevo la spinta del genio incompreso, anzi soffrivo di un eccesso di comprensione da parte di tutti. Poi avevo trovato un lavoro che mi piaceva e che all'inizio assorbiva anche tutto il mio tempo libero. In sostanza penso che se uno è contento non ci pensa minimamente a mettersi a scrivere, perché la letteratura è fondamentalmente lagnarsi di qualcosa attraverso delle alterazioni simulate del paesaggio esterno.
DEZERTO: Sul sito dell’Einaudi fai una concettualizzazione per me fondamentale, ovvero la (non) distinzione che dovrebbe sussistere tra letteratura e manualistica. Io lì ci ho visto che, come la fisica spiega il funzionamento del mondo, la letteratura è la fisica sociale che dovrebbe spiegare funzione / funzionamento dell’umanità, la vera teosofia. Invece la letteratura contemporanea è perlopiù teratologia, elenchi compiaciuti di catalogazione / descrizione di stranezze / idee bislacche, dalle papere di Central Park del Giovane Holden allo scopare & scorreggiare di Palahniuk & Wallace, arrivando in Italia ai cannibali, come i ragazzini in gita scolastica si compiacciono dei loro scherzi sordidi all’interno del pullman-acquario, mentre la vita/verità resta là fuori, oltre i vetri, inconosciuta. Tu intanto non scrivi più, perché fai l’informatico, ma in realtà stai scrivendo, perché l’informatica è l’epistemologia della letteratura, tutto è riconducibile a un’architettura tre livelli, l’universo è un database di eventi, che noi leggiamo attraverso l’application server che contiene le logiche della nostra conoscenza attuale, e poi c’è la lett eratura che è l’interfaccia utente di tutto questo, l’Explorer. Ecco, mi sembra che la letteratura attuale, si limiti a essere un compiaciuto e inutile scriptino java per giocare a pong, e nulla di quello che dovrebbe essere.
MATTEO GALIAZZO: Ah, la tua architettura a tre livelli mi ricorda abbastanza la mia, solo che la mia ne ha solo due, e la letteratura non c'entra una mazza. Io credo nella Gestalt, che è una teoria della neurologia della percezione visiva, che però diventa un'analogia con la quale puoi spiegare praticamente la vita l'universo e tutto quanto, limitatamente alla prospettiva umana. In pratica c'è la realtà oggettiva, che è lì fuori, che è piena di fatti discordanti, caotici, infiniti, ed è una massa assolutamente inconoscibile. Poi c'è l'osservatore che deve sopravvivere. Allora lui ha questo strumento, che è la percezione, che è un atto costruttivo, che prende questo materiale caotico e si inventa delle spiegazioni sulla realtà, queste spiegazioni possono essere sensate o meno dal punto di vista logico, l'importante è che siano utili alla sopravvivenza, dato che vengono selezionate dalla legge darwiniana. La percezione cancella cose, altera, filtra, ne crea altre che non esistono. E noi vediamo le cose attraverso questo strumento, che non è semplicemente deformante, ma è una vera e propria jointventure Hollywood-Tubinga personale. La realtà oggettiva potrebbe anche non esserci (questa è la degenerazione solipsistica della teoria), io credo che se esiste è qualcosa di completamente diverso, o comunque assolutamente insensato dal punto di vista schiettamente umano. In tutto questo la letteratura non c'entra un ficus seccus, come vedi, la Gestalt è solo una religione neurologica. Non ci possono essere prove che le cose siano effettivamente così, è una spiegazione delle spiegazioni e se la applichi a se stessa viene fuori che è semplicemente una costruzione mentale per spiegarsi la spiegazione. A me sta bene così. La letteratura. Bah, sembra che tu attribuisca un grande significato alla letteratura, per me non è così. C'è gente che balla il liscio, gente che suona, gente che costruisce navi in bottiglia, gente che racconta barzellette, e c'è gente che scrive. Se uno sceglie la letteratura per capire il mondo affari suoi, è un modo come un altro. Ma ugualmente può scegliere i telegiornali o le navi in bottiglia, e a me sta bene lo stesso. Il discorso sulla distinzione tra manualistica e narrativa, la mia idea era abbastanza semplice, molta letteratura è sempre stata piena di riferimenti ad altra letteratura, e a me questo sembrava assurdo. Che uno nel duemila per scrivere un romanzo debba impostare il linguaggio in modo ottocentesco, col passato remoto, usando termini che non si usano altro che nei romanzi, cose così, e che lo faccia volontariamente, senza che nessuno lo costringa, boh, io non capisco. É come quando triti la carne e continui a tritare la carne buttando dentro la carne macinata che hai appena tritato, che cacchio serve, dopo un po' sarebbe meglio aggiungere altra carne fresca non macinata, no? Cioè, a me piace che chi scrive abbia anche una vita esterna alla letteratura, che ne so, faccia un lavoro interessante, faccia dei viaggi, oppure almeno si legga qualcosa che non sia altra letteratura. E per quanto mi riguarda notavo che i libri che, a mio avviso, più hanno disappannato la mia visione dell'esterno non sono di narrativa. Ma avrebbero anche potuto esserlo, solo che è difficile trovare quella roba nella narrativa, a parte in Greg Egan. O in PKDick. O in Pat Cadigan. Generalmente quindi in cose di fantascienza che indaghino il rapporto soggetto/realtà. Quindi, ecco, ero partito pensando di dire che non ha senso lamentarsi della letteratura attuale perché è troppo generico, ma guarda guarda mi sto lamentando anch'io. Però a me non sembra una cosa così tragica. Escono un sacco di libri, e sono diversi tra loro. Se cerchi qua e là trovi anche chi scrive la letteratura che secondo te spiega il mondo. Sarebbe infantile e poco democratico però pretendere che tutti si mettano a scrivere come piace a te. Se poi è un discorso programmatico, cioè è una dichiarazione di intenti del tipo 'Io voglio scrivere la letteratura che manca in questo modo' allora va bene, ma secondo me per chi scrive è meglio non stare a pensarci troppo su, è meglio scrivere e basta, in maniera istintiva, e pensarci il meno possibile. E' come quando uno si interessa ai movimenti che fa con le gambe e improvvisamente vuole essere consapevole di tutti movimenti che fa scendendo le scale, perché uno di solito scende le scale senza pensarci e ti assicuro che funziona molto meglio così, senza pensarci, perché se ti metti a pensarci succede un gran casino e tutto si blocca a metà dello scalino e lo scalino dopo te lo ritrovi nei denti. Idem per chi suona il pianoforte. E per finire: Explorer è il peggior browser che si possa usare in questo momento: non ha i tab e non visualizza correttamente la trasparenza nelle png. Quelli scritti in java non sono script ma programmi, dato che devono essere compilati. Il pong non è per niente inutile, così come il tetris.
DEZERTO: La ragione per cui uno scrive è sé stesso, perché esiste, per darsi una volontà di senso. Poi fa leggere le sue cose alle persone che gli piacciono, per conquistare delle tipe, e lì è la volontà di piacere. Poi cerca di pubblicare, per vivere di quello che scrive, perché la letteratura è ricerca (come tutte le altre attività, dall’avvocato al meccanico) così da avere tempo per continuare a ricercare, mentre se fai un altro lavoro hai meno tempo. Per vivere di quello che si scrive e acquisire prestigio sociale, e questa è la volontà di potere. Tu scrivi ancora? Solo per te stesso? La letteratura ti è servita per bekkare delle tipe, per conquistare prestigio sociale (mi ricordo quando eri in prima fila nella puntata di Fenomeni su Genova)?
MATTEO GALIAZZO: Io non scrivo più da circa tre anni. Non scrivo per me stesso perché per me la scrittura è sempre stata una cosa destinata agli altri. O meglio, mi divertiva di più scrivere pensando di stare comunicando a qualcun altro. O meglio mi piaceva scrivere usando un protocollo condiviso, così, come regola autoimposta (un po' come X nei sistemi Unix, che ha un'architettura client-server, anche se nel caso più normale client e server girano nella stessa macchina). Quindi sì, la scrittura per me è sempre stata una cosa sociale: credo che fosse perché io non parlo molto, e quindi mi sembrava che ci fosse un deficit nella portata di comunicazione da me agli altri. Però scrivere è un'attività bella di per sé, per moltissimi motivi, anche se poi nessuno legge quello che scrivi (e nella maggior parte dei casi in effetti nessuno legge quello che scrivi). Eh, scrivere di come uno scrive è un gran casino. Se io penso a uno che scrive per sé stesso, mi viene l'immagine di una sregolatezza totale, cioè uno che scrive così, senza preoccuparsi se gli altri capirebbero o meno quello che sta scrivendo. Io mi sa che raramente ho scritto in questo modo, mi immaginavo sempre di stare parlando a qualcuno o cose così, per mantenere la costruzione all'interno di una cornice condivisa con il resto dell'umanità, anche se potrei accettare benissimo di scrivere una cosa sapendo già che non la leggerà nessuno, ma lo farei comunque atteggiandomi dentro di me a comunicatore. Comunque la consapevolezza di essere letti è molto gratificante, anche se io dal punto non ci vedo grandi motivi per gongolarsi. E soprattutto tutto questo non è molto importante, a causa di una cosa che ti dirò. Secondo me la cosa importante è il lettore, non lo scrittore. É l'osservatore che crea la realtà, e quindi è il lettore che crea il romanzo, fondamentalmente. Tu gli devi semplicemente fornire delle cose che funzionino da attivatori, o che passino il filtro, o che facciano girare la girandola. E' imprevedibile quello che succede al lettore. Per lo più si annoierà, perché le cose che il tuo filtro ha lasciato passare magari vengono filtrare dal suo filtro, e quindi alla fine non passa niente. Se uno magari ha un filtro con i buchi esattamente uguali ai tuoi passa tutto, ma magari si annoia lo stesso perché dice Ehi, ma queste cose io le vedo tutti i giorni, che me le leggo a fare. E poi ci sono tutte le gradazioni intermedie, che son le più interessanti per il lettore. Per dirti come la penso sull'arte in generale. L'arte in generale è dentro chi guarda, chi l'ha prodotta non ha quasi nessun ruolo nel processo. Certi quadri astratti che a me piacciono un casino, per quanto mi riguarda potrebbero anche essere fotografie di macchie di umidità in uno scantinato di Omsk. A me piacciono. Chiunque le abbia fatte. Mi piacciono a un livello mentale. Non me ne frega un cazzo che venga lì l'autore, o il critico, e che si metta a blaterare su quello che voleva esprimere l'artista, la critica alla società e tutte 'ste puttanate. A me i quadri astratti piacciono (o non piacciono) dal punto di vista squisitamente estetico, mi piacciono (o non mi piacciono) istantaneamente guardandoli, prima di sapere qualsiasi altra cosa di contorno. Per dirti, l'anno scorso mi hanno chiamato ad Anversa per una manifestazione: mettevano insieme uno scrittore e un artista e gli facevano fare delle cose. Io siccome non volevo scrivere sono andato ad Anversa con una macchinetta fotografica e ho fatto seicento foto di Anversa, poi ho fatto uno scriptino (questo sì che era uno scriptino bash) che ritagliava più o meno a caso pezzi di foto e li disponeva uno dopo l'altro. Random art. Secondo me la random art va bene, perché non è importante che ci sia un artista dietro, l'importante è che sia un osservatore. Poi abbiamo presto 'ste minchia di foto tagliate a caso e le abbiamo appiccicate a degli scatoloni virtuali usando povray (Persistence Of Vision RAYtracer, un motore di rendering 3d) con un altro scriptino, e il risultato mi piaceva, perché era imprevedibile. Quanto c'era di mio e quanto c'era di casuale? Boh, chissenefrega. Io preferivo che ci fosse di mio il meno possibile, in modo da poter essere io stesso spettatore sorpreso. Al limite io ero semplicemente un meta-artista, che costruiva le regole all'interno delle quali doveva agire la casualità. Che poi non è che siano granché, ma per me è stato interessante, gli esempi li vedi qui. La letteratura mi è servita a bekkare delle tipe? Mah, mi sarebbe servita se io fossi uno predisposto a beccare delle tipe, allora uno sfrutta la cosa, ma se fossi stato uno predisposto avrei beccato le tipe anche senza letteratura. Ma se uno è predisposto di solito non si mette a scrivere, perché tra i vari motivi che spingono uno a cominciare a scrivere il più tipico è che le ragazze non ti si filano manco di sbieco.
DEZERTO: Noto sempre una certa diffidenza tra il gruppo di chi scrive e il gruppo di chi non scrive. Sul lavoro, credo che qualcuno ti considererà “originale” perché sei uno scrittore. Al tempo stesso, gli scrittori mi sembra disprezzino i lavoratori senza tanti fronzoli che i libri non li leggono, non li scrivono, la sera si guardano un pezzo di inter e un pezzo di zelig, e sono soddisfatti di non avere tanti grilli per la testa, anche se poi soffrono d’amore o di nostalgia come tutti gli altri, chiaramente. Del resto ognuno è gratificato nel fare le cose che gli riescono bene, ma queste cose devono anche avere valore per il progresso della società, se il muratore con 5 figli dopo aver letto i libri di Galiazzo si fissasse di diventare scrittore senza averne i mezzi e quando lo capisce si ammazza, è poi la società che deve pagare per mantenere i figli. Allora è sempre la discriminante economica quella giusta, quanto ti pagano (in soldi, in attenzione, in amore) per quello che fai, e quindi in base a quello bisogna decidere se fare / non fare le cose? Dunque viviamo nel migliore dei mondi possibili?
MATTEO GALIAZZO: La discriminante giusta secondo me è la contentezza individuale. Se uno è contento con tanti soldi è giusto che cerchi di fare tanti soldi. Se uno è contento guardando Zelig o l'Inter è giusto che guardi l'Inter e nessuno gli deve rompere i coglioni, se lui non li rompe agli altri. Se uno è contento scrivendo è giusto che scriva, che sia bravo o meno, che gli altri leggano o meno. Se lo scrittore è snob e non vuole guardare Zelig ma poi si sente isolato perché tutti i suoi colleghi parlano di Zelig e lui non l'ha visto, se lui è contento ad essere snob e in questo isolamento si compiace è giusto che continui a fare così e nessuno gli deve rompere i coglioni. Purtroppo quello che spesso manca a questo perfetto modulo sociale è che la gente tende continuamente a rompersi i coglioni a vicenda. Io non so come sia per gli altri, e probabilmente io nella mia vita ho avuto tutte le fortune perché da un certo punto in poi ho sempre trovato il modo di essere soddisfatto facendo quello che stavo facendo. Quindi non ho molta esperienza di come e perché uno non sia contento, ma secondo me uno dovrebbe sempre essere guidato dalla ricerca della felicità e basta, o se proprio non si può essere felici, almeno dalla ricerca della serenità. Se uno pensa di essere felice scrivendo benvenuto. È meglio che sappia in anticipo però che la cosa non gli darà mai da vivere. Se pensa di vivere di quello che scrive è meglio che si dedichi al superenalotto, perché ci sono molte più probabilità di sistemarsi. E questa forse è anche la misura più giusta dell'utilità di quello che uno scrittore produce. Io sono stato molto fortunato perché ho trovato un lavoro (il programmatore) che è più o meno come scrivere, ma ci sono innumerevoli vantaggi: c'è un compilatore che ti dice se stai scrivendo cazzate incomprensibili, e questo fa molto bene all'ego. Una volta che il programma ha compilato lo fai girare e anche lì è abbastanza immediato vedere se funziona o no, mentre con la narrativa è molto ma molto più complicato capire se la cosa funziona o no, perché a molta gente non fa piacere dirti in faccia che le cose che hai scritto fanno cagare. Poi ti pagano regolarmente abbastanza da sopravvivere, e questo sì, ti fa sentire più socialmente utile: se qualcuno è disposto a sottrarsi del denaro, cazzo, stai facendo qualcosa che vale. E poi lavori in mezzo a dei tizi che parlano di cose molto interessanti, la ricorsività, la logica booleana, tutte cose affascinanti e astratte, ma ne parlano non come di cose immateriali, pure e ideali, ma come di utensili concreti per costruire concreti meccanismi sporchi di grasso e utili al cliente. Sulla discriminante economica ci sarebbe da scrivere a lungo. In Italia non c'è un gran mercato letterario, la gente non legge, non c'è un'industria editoriale forte spinta dal mercato. Gli editori pubblicano una parte del catalogo in perdita, fuori mercato e questo ha aspetti positivi e negativi. Se si esce dal mercato la scelta editoriale diventa arbitraria e guidata dall'estetica di qualcuno, il che può andarmi bene o male. Il mercato invece è democratico, nei limiti di quanto è uniformemente sparsa tra la popolazione la ricchezza, quindi magari appiattisce culturalmente l'offerta, ma raggiunge il maggior numero di persone possibili. Questo va bene per la maggior parte di persone che avranno così prodotti alla loro portata, ma va male per gli stronzetti snob che devono distinguersi dalla massa e che pretendono qualcosa di aristocraticamente diverso. Secondo me la narrativa italiana oggi è per la maggior parte fuori dal mercato, e gli snob non hanno nessun diritto di lamentarsi. C'è un best seller in cima alla classifica, ma poi ci sono migliaia di libri che continuano a uscire tutti i giorni e che non compra nessuno e che comunque continuano a uscire per tradizione, per politica, per amicizia, per ragioni extraeconomiche. Se ci fosse il mercato cosa succederebbe? Si pubblicherebbero meno titoli, molti sarebbero di comici e conduttori televisivi e calciatori, molti sarebbero di barzellette, poi ci sarebbe più narrativa di intrattenimento, il che secondo me non sarebbe affatto male. Tra gli scrittori di narrativa di intrattenimento ci sarebbe qualcuno (pochi, pochissimi) in grado, mantenendosi all'interno dei paletti degli obblighi intrattenitivi, di costruire qualcosa di indubitabilmente bello e intelligente anche per gli snob. Un po' quello che succede col cinema. Fare cinema costa un casino, e quindi il mercato seleziona molto di più che non nella narrativa, che praticamente costa zero. Ma non vuol dire che tutti i film siano brutti. Ci sono film che hanno successo e sono lo stesso belli. Che ne so, Il meraviglioso mondo di Amelie, Kill Bill, Le invasioni barbariche, Goodbye Lenin, ce ne sono che riescono almeno a comparire sul mercato e la gente può andarli a vedere. Io penso che succederebbe lo stesso con la narrativa, e il mercato sarebbe un cambiamento, una specie di rivoluzione francese, tagliare la testa ai nobili e far andare gli straccioni al potere. Come in tutte le rivoluzioni cambierebbe pochissimo, ma chissenefrega, tanto, per quello che vale la letteratura. Cioè, non bisogna vedere il mercato come una forma di selezione culturale, perché la maggioranza dei clienti sceglierà sempre di leggere delle (dal mio elevato punto di vista) puttanante galattiche. Però ci sarebbero sempre degli interstizi, degli spazi in cui infilarsi. Il mercato non impedisce a nessuno di fare le cose per bene, entro certi limiti. E molto spesso sono i limiti che rendono interessante fare le cose. Prendi certi spot pubblicitari, che ne so, i vecchi spot della Nike, o della Diesel, per me sono arte al 100%, eppure sono stati progettati dall'inizio alla fine dentro il mercato. Io so di non essere uno spettatore medio, e non voglio imporre alla maggioranza quello che piace a me. Se invece vuoi un esempio negativo basta guardare la televisione. La televisione italiana è completamente di mercato. La televisione degli anni sessanta era culturalmente meravigliosa rispetto a quella di oggi, cazzo, c'erano gli sceneggiati di Dostojevsky che adesso chi si sogna di farli più. C'era il teatro, l'Orlando Furioso di Ronconi, cose che oggi non si vedono manco più nei teatri stessi. A me è ovvio che piaceva più la televisione degli anni sessanta, ma d'altra parte devo riconoscere che era televisione molto arbitraria, molto poco democratica, aveva uno scopo didattico perduto in partenza. Oggi è difficile per uno snob del cazzo come me guardare la televisione, c'è solo La7 che si eleva un gradino più in là degli altri (a parte Biscardi), per il resto la televisione mi serve solamente come periferica del lettore dvd, oppure per vedermi film videoregistrati a notte fonda, oppure per guardarmi i video musicali indiani sul satellite. Per dirti però perché a me il mercato non fa così puzza, pensa a Dostojevsky. Pensaci. Io considero Dostojevsky il più grande scrittore di tutti i tempi. Eppure Dostojevsky nel corso della sua vita non è mai riuscito a scrivere come avrebbe voluto, perché era dentro il mercato, perché scriveva per vivere, e siccome aveva un sacco di debiti ha dovuto scrivere un casino, molto più di quanto avrebbe voluto, e siccome pubblicava i suoi romanzi a puntate nelle riviste ha dovuto scrivere seguendo certe regole, che magari lui considerava meschine regole del cazzo, tipo inserire colpi di scena alla fine di ogni capitolo, coinvolgere emotivamente il lettore, rimanere sulla terraferma, rimanere in contatto, parlare d'amore, di donne, di soldi. E' stata una fortuna incredibile per la letteratura universale (o almeno è stata una fortuna per me) che Dostojevsky abbia avuto una vita così di merda, e soprattuto che la sua sopravvivenza economica fosse legata allo scrivere, perché in questo modo ha scritto non i libri che sarebbero piaciuti a lui, ma quelli che piacciono a me. Tolstoj probabilmente ha sempre scritto quello che ha voluto, essendo ricco, e infatti Tolstoj te lo lascio tutto intero.
DEZERTO: Il tuo futuro e cosa ci dobbiamo aspettare da te, e cosa ti aspetti da noi.
MATTEO GALIAZZO: Al futuro non ci penso molto. Sono ipocondriaco e di solito penso di avere ancora pochi giorni di vita davanti a me. Questo è deresponsabilizzante. D'altra parte sono consapevole di essere ipocondriaco, quindi in qualche modo credo che tutto sia frutto della mia immaginazione e in conseguenza credo anche di essere immortale. Da voi, e in generale dagli altri, non mi aspetto niente, e tutto quello che viene mi stupirà piacevolmente.
Houellebecq in Feltrinelli
Michel Houellebecq questa sera ore 18.30, Feltrinelli di Piazza Piemonte, Milano. Introduce Giòrello.
Estensione del dominio della lotta Come il liberalismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberalismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l'amore ogni giorno; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l'amore con decine di donne; altri con nessuna. È ciò che viene chiamato Legge del Mercato. In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l'adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo.In situazione economica perfettamente liberale, c'è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c'è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l'estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine.
che poi, se Houellebecq è la piattaforma di analisi dell'oggi, Giò rello ne è la declinazione a livello milanese: C'è chi dice che l'amore Oggi non ha più valore Perché solo ai soldi pensa E alla fine mangia in mensa Burattini incravattati Da 1.500.000 al mese Su e giù per la città Sulla jeep a fare spese Attento che cadi, attento che cadi Attento che cadi, attento che cadi C'è chi dice che l'amore Oggi è in trasformazione tipica mentalità Manager di società C'è chi insegue la carriera Poi a casa è cameriera C'è chi muore dall'invidia Per chi lavora nei mass media Ma che vita vuoi, in che mondo sei Siamo donne oltre le gambe c'è di più Donne donne un universo immenso e più C'è chi al mondo è un egoista E chi invece è pacifista C'è chi no non cresce mai E si trova in mezzo ai guai Chi ha la testa sulla luna E poi sfida la fortuna C'è chi guarda nel passato E chi invece è già cambiato Attento che cadi, attento che cadi Attento che cadi, attento che cadi Ma che vita vuoi, in che mondo sei
c'era un periodo in cui la musica aveva un odore, aveva una immagine, aveva un tutto, in cui la musica era il pretesto per altro, in cui i suoni uscivano inarticolati, in cui ciò che importava era solo l'intenzione per, in cui io mi aspettavo tanto, tantissimo.
boing boom tschak
dice: ascoltati l'elettronica, essa ci ha delle cose che tu non sai, dice. facile dirlo, dico, dire così, per dire, dico io. allora è l'adolescenza della vita e della volontà, è un percorso che non si sa cos'è, la musica tutti ti dicono è parte della mia vita, c'hanno 'sta cosa qui che la dicono, tu non capisci ma ti adegui e anche tu le dici queste cose, dici agli amici io senza la musica non ci,
vivo,
boing boom tschak
e negli anni dell'adolescenza per te la musica è una sola, per te è immaginarti mentre ascolti gli urli e le chitarre, mentre credi che la catarsi del rullante pestato si compia, mentre, immagini, credi, di esserci tu, lì, a eseguire scale difficili che ti rendano il più bravo del mondo a fare le scale difficili su una tastiera di una chitarra con altri quattro se con due chitarre o tre se sei anche il ritmico,
e tutti che ti guardano e pensano che sei davvero il più bravo del mondo a fare le scale difficili sulla tastiera della chitarra e fai anche la seconda voce e gli urli, che intanto cosa te ne frega, tu sei
il più bravo del mondo o almeno uno dei quattro o cinque
più bravi del mondo a fare le scale difficili sulla tastiera della chitarra.
è la voglia di scopare che hai a 15 anni, che limoni e becchi ma,
poi,
ti innamori, di una che non puoi avere, e allora quella che ti limoni ti dice che ti lascia per un altro perché si sente trascurata, e tu urli dal di dentro un terribile, straziante urlo che dice ma come! ma tu non puoi, tu sei inferiore a me tu non sai nemmeno cosa vuol dire fare le scale difficilissime sulla tastiera, tu urli, dal di dentro, questa cosa, le urli tu sei inferiore, tu non lo sai, lei ti dice no cosa me ne frega ma Marco mi ha già messo le mani lì tu no, tu urli, ti rinchiudi nel tuo mondo, e allora il mondo è semplice, ci sei tu più sensibile del mondo, alterni la rabbia di Angus al delicato lamento di, James, e ci sei tu il buono nella tua cameretta con il cuore a pezzi, e i cattivi tra cui anche C. e Marco che fanno le cose che tu, ancora, non hai fatto, e
boing boom tschak
e
ci sono gli assoli, e tu ti immagini, queste cose incredibili sovrumane spaziali spaziali sovrumane incredibili che li fai tu, e ti guarda anche lei, e capisce l'errore e ti rivuole ma tu, sei meglio, no treno perso ciao non hai chance addio non servi più non ti voglio più sei inutile ti ho dato tutto me stesso ma tu ah ma tu
il più figo del mondo, lo sei, tu, in questo momento.
boing boom tschak
e il suono sono gli odori dei diciotto anni, quando il continuo spintonarsi sul levare assume una danza di te, degli altri, del tutto. il suono allora sono le cose che hai, le trasgressioni che lo sono giusto perché hai deciso di farle tu, le cose, infinite, i denti bianchi che ti fanno sognare,
ti dice
boing boom tschak
ti dice, ascoltala, l'elettronica, ti dice, tu dici, dici facile tu! io voglio pogare io voglio saltare io voglio sudare io voglio farmi male io voglio urlare la mia, infinita, rabbia contro questo, fottuto (sìsì) sistema che, ci ingabbia, io, per sempre, sarò diverso, non mi
uniform
boing boom tschak
e allora in queste cose il suono non sei tu ma ciò che c'è, intorno, ma ci sono altre cose, ci sono ancora i buoni che sono però sporchi e i cattivi che sono puliti, tu non sei persuaso da tutto questo, tu sei un tuttuno con i tuoi diciottanni. come questo. dice ascoltati l'elettronica ascoltala dai no ma non mi piace dice ascoltala dice ascoltala dico non mi va dice ascoltala dico ok va bene, la
ascolto
boing boom tschak
ma che cos'è, ma sembrano i fuckin' Spandau Ballet senza cantante cos'è 'sta roba cos'è cos'è dice ascolta dagli tempo dico ok ho dato tempo ok che merda preferisco i Pantera ciao.
boing boom tschak
dici così, poi insisti, perchè ti accorgi che tutto il bello che ti è capitato non era mai l'immediato e più vicino, passava sempre da costrizioni,
dici, a te, devi costringerti a fare le cose, devi
boing boom tschak
devi boing boom tschak. avviene, tutto, senza fine, mai.
boing boom tschak
e allora poi diventa altro. inizi a seguire traiettorie tra i timbri, tra tutte le cose che ci sono, odi gli anni '80 ma capisci perché, stanno a tutto come le BR sta a Marx, stanno a, tutto.
disegni nella testa altre immagini, i suoni, puliti, lucidi, rifiniti, come i plattenbau delle intenzioni, puliti, lucidi, rifiniti come i treni che prendevi quando eri bambino, quando il mondo finiva a 4 km, disegni la musica.
i suoni acquistano forma, di per sè, non sono più intenzioni, non sono, te e la voglia di, autoaffermarsi, sono, dolorosissime sfere, sono cubi, hanno colori vividi, a 16 bit, perché è così, non è intenzionale, non ha mai voluto esserlo.
è, basta.
e allora disegni le immagini che servono a questi suoni, il treno regionale che ti porta a casa, il telefonino, i viaggi, l'europa, il caffè, il giornale, l'ipod, tutto, tu.
sei cambiato, lo sei, sei diventato estetizzante, ti piace il gesto non per il fine, ma perché al fondo vedi quanto sia bello il movimento, diventi
sempre
più meccanico, decidi di diventare il tuo programma di miglioramento, ogni gesto, il tuo, di gesto, deve contenere quanti meno possibili sforzi inutili energetici, il tuo movim